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DICASTERO PER LA DOTTRINA DELLA FEDE
VENITE AD ME
Considerazioni sulla trasmissione della fede nel cambiamento d’epoca
Indice
Introduzione
Capitolo I
L’annuncio dell’amore del Padre
Capitolo II
La luce della fede
Forme di trasmissione della fede
La famiglia
La comunità ecclesiale
Capitolo III
Il cambiamento d’epoca
La crisi della trasmissione della fede
Una nuova cultura diffusa
Le tecnologie digitali
Nuove frontiere dell’evangelizzazione
Capitolo IV
La centralità del kerygma
Suscitare un’esperienza di fede
La questione del linguaggio
La formazione cristiana
Capitolo V
La trasmissione della fede nelle comunità
Liturgia
Il ruolo della testimonianza
Arte e bellezza
Le fasi della vita
Capitolo VI
Fede e cultura
Capitolo VII
Alcune attenzioni specifiche
Capitolo VIII
Testimonianze
Dall’abisso della dipendenza alla libertà
dell’incontro con Cristo
Il “risveglio” del kerygma: ruolo della famiglia
e della preghiera
La testimonianza della carità, della cultura e
della bellezza
Conclusione
1. [Venite ad me] «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io
vi darò ristoro» (Mt 11,28). Il Signore Gesù Cristo presenta se stesso
come fonte di ristoro profondo di fronte alle stanchezze e alle fatiche del
cuore umano. In questa prospettiva, la trasmissione della fede appare come un
incontro, nel quale Cristo si fa prossimo a ogni persona nella concretezza della
sua vita, donandole quella vera pace che solo in Lui è possibile trovare.
Introduzione
2.
Gesù è la luce vera del mondo e chi crede in Lui, il Risorto vivente,
vince le tenebre della morte e vive grazie alla luce della vita (cf.
Gv 1, 6-9; 8,12). Questa è la fede della Chiesa e questa è la fede
che ogni credente è chiamato a diffondere sino ai confini della terra.
Un tale impegno – quello della trasmissione della fede, declinato sotto
le condizioni socio-culturali attuali – è al centro delle presenti
Considerazioni.
3.
Tale responsabilità di ogni credente in Cristo luce vera del mondo
rappresenta un argomento di grande attualità per la vita e la missione
della Chiesa. Il Dicastero era stato più volte sollecitato da
Papa Francesco a offrire una riflessione su di esso e aveva attivato la
prassi ordinaria per giungere alle presenti Considerazioni. Gli
eventi recenti, specialmente l’arrivo al soglio pontificio di Papa Leone
XIV, la celebrazione del Giubileo, così come la prospettiva del prossimo
Giubileo della Redenzione del 2033, sono come uno stimolo ulteriore per
procedere più celermente nella stesura del documento.
4.
Le presenti Considerazioni vorrebbero fondamentalmente rilanciare
all’intera comunità ecclesiale l’invito che il Santo Padre Leone XIV ha
rivolto ai Vescovi italiani, incontrandoli nel giugno del 2025:
«Innanzitutto, è necessario uno slancio rinnovato nell’annuncio e nella
trasmissione della fede. Si tratta di porre Gesù Cristo al centro sia
dell’annuncio che dell’esistenza e, sulla strada indicata da
Evangelii gaudium, aiutare le persone a vivere una relazione
personale con Lui, per scoprire la gioia del Vangelo. In un tempo di
grande frammentarietà è necessario tornare alle fondamenta della nostra
fede, al kerygma. Questo è il primo grande impegno che motiva
tutti gli altri»[1].
Pertanto, come osserva ancora il Santo Padre, «l’evangelizzazione deve
misurarsi oggi, in modo particolare, anche con mutate condizioni e
dinamiche nella trasmissione della fede di generazione in generazione.
In alcune regioni del mondo questa trasmissione si è pressoché
interrotta, e ciò richiede la capacità di farsi carico di nuove sfide»[2].
L’obiettivo specifico del documento è, di conseguenza, quello di
offrire sia una specifica riflessione sia il suggerimento di percorsi
concreti per un annuncio del kerygma nel cambiamento d’epoca che
stiamo attraversando.
5.
Un tale annuncio è quello che è capace di risvegliare la fede in chi non
la pratica più da tempo (si pensi in particolare al mondo degli adulti e
delle nuove generazioni) o di promuovere un’esperienza di fede (fides
qua) in chi non ha ancora conosciuto il Cristo, senza entrare nel
lavoro specifico della catechesi e della formazione dei credenti,
entrambe chiamate ad offrire anche un’ordinata e graduale introduzione
alla dottrina della Chiesa (fides quae). La riflessione contenuta
nelle presenti Considerazioni circa la fides qua precede
la questione circa una trasmissione del depositum fidei, che
questo documento non pretende di affrontare in modo esaustivo.
6.
Nel portare avanti la stesura di queste Considerazioni, è stato
davvero prezioso il contributo di tante Conferenze Episcopali Nazionali,
che hanno con grande sollecitudine risposto alla richiesta del Dicastero
di inviare materiali relativi al tema della trasmissione della fede.
7.
Di particolare rilevanza risultano le testimonianze, inviateci dai
Vescovi, di chi ha scoperto o riscoperto – da giovane adulto o già da
adulto – il Signore Gesù e il Suo Vangelo. Molte di esse vengono
riportate nell’ultimo capitolo delle presenti Considerazioni.
8.
Un’ultima precisazione riguarda il genere del documento, che è quello
delle Considerazioni e non una Nota dottrinale. Il suo
scopo, infatti, è principalmente quello di stimolare la riflessione
ecclesiale e l’impegno pastorale attorno alla trasmissione della fede.
Per questo, si prende in esame nel testo una pluralità di punti di
vista, senza però la pretesa di chiudere la questione, la quale rimane
aperta a ulteriori analisi e sviluppi. Ciò significa che queste
Considerazioni non si caratterizzano, come altri testi del
Dicastero per la Dottrina della Fede, per la definizione del linguaggio e la
sistematicità della trattazione, ma ammettono uno stile più discorsivo,
come emerge soprattutto nella citata sezione dedicata alle testimonianze[3].
Capitolo I
L’annuncio dell’amore del Padre
9.
Parlando della missione del Battista, l’evangelista Giovanni lo
qualifica come il testimone della luce, come colui che deve portare la
propria testimonianza alla luce vera, a quella luce che sola ha il
potere di illuminare ogni essere umano (cf. Gv 1,6-9). Questa
luce vera ha il nome di Gesù, il Cristo, il Figlio di Dio fatto uomo per
la salvezza del mondo. Egli è, in definitiva, la «luce vera del mondo» e
chiunque si pone dietro ai suoi passi non si perderà mai nelle tenebre,
ma troverà sempre dentro di sé la piena luce della vita (cf. Gv
8,12). Questo è il centro di tutto il cristianesimo ed è anche la spinta
che induce i credenti a trasmettere in ogni tempo – anche nel nostro –
la fede che vivono.
10. Gesù è
realmente la luce vera che illumina ogni essere umano perché ciò che
nessuno aveva mai visto né potuto vedere, egli, lo ha rivelato:
l’amore incondizionato che abita nel cuore di Dio-Trinità. Questa è
la buona notizia del Vangelo del Figlio: Dio è per sempre e per tutti
amore (cf. 1Gv 4,8). È Padre, Figlio e Spirito Santo. Tale
buona notizia, e sino a Gesù inedita, è ora in grado di condurci alla
piena salvezza e felicità, e, allo stesso tempo, per la grazia dello
Spirito Santo, di evidenziare e purificare tutto ciò che può essere di
ostacolo alla vita nuova che essa dischiude.
11. Più
radicalmente ancora, Gesù annuncia la verità che, per questo amore del
Padre, non esiste alcuno spazio umano segnato dal fallimento o dal
peccato che non possa essere reintegrato alla sua originaria
destinazione. Anzi, grazie all’azione continua dello Spirito Santo, che
agisce in modi a lui noti[4],
la luce e la potenza di quell’amore sono sempre a disposizione di
chiunque in ogni tempo e in ogni luogo. Chi accoglie questa rivelazione
abbandona per sempre il regno delle tenebre, aprendosi finalmente alla
luce della vita e ad una vita di luce.
12. Proprio per
questa ragione, tutta l’esistenza di Gesù è attraversata dal desiderio
di illuminare con la buona notizia del Dio per sempre amore ogni essere
umano. Egli va così con cuore aperto e libero incontro agli altri e si
lascia raggiungere da essi. Si pone sulle orme dell’uomo e della donna
del suo tempo e si lascia incontrare da loro. Chi lo cerca lo trova, e
se lo cerca è perché è già stato raggiunto da Cristo (cf. Fil
3,12). Gesù non pone ostacoli tra sé e la gente. È sempre attento,
sempre presente, mai distratto. E la sua parola non risulta mai
astratta. Egli vuole continuamente indirizzare il cuore e la mente di
tutti alla luce vera dell’amore del Padre, della sua misericordia, che
sono un amore e una misericordia semplicemente per la vita buona di
tutti. Nessuno escluso. La vita di ciascuno è degna di essere vissuta in
pienezza.
13. Coloro,
poi, che si aprono alla luce della rivelazione dell’amore di Dio
ricevono da Gesù una parola di perdono, una parola di liberazione, una
parola di amore, una parola di libertà, una parola di vita, una parola
di speranza (cf. Lc 4,18-19). Gesù sollecita in tutti coloro che
gli vanno incontro e si aprono a Lui con cuore sincero un moto di
rinnovato interesse e amore per la vita: per la propria vita, per quella
degli altri e per la vita di tutto ciò che esiste (cf. Gv 14,6).
L’amore di Dio riconduce ogni uomo ed ogni donna alle ragioni buone del
proprio essere al mondo.
14. Con questo
nella mente e nel cuore, il Gesù che gli Evangelisti raccontano è sempre
in cammino. Non attende. Non crea un proprio santuario o una scuola. Si
muove, viaggia. Entra nei villaggi e nelle città del suo popolo e del
suo tempo. Si intrattiene con la gente semplice, ma anche con coloro che
hanno posizioni di potere pubblico, religioso o politico. Attraverso
questi gesti e queste parole, Gesù porta a compimento la rivelazione
affidata al popolo di Israele (cf. Mt 4,12-17; Mc 1,14-15;
Lc 3,21-22).
15. Colpisce in
modo particolare la maniera in cui Gesù proclama l’evangelo del Dio per
sempre e per tutti amore. Numerosi sono, nella sua predicazione, i
riferimenti alla vita quotidiana della gente, al regno degli animali e
al mondo degli alberi, delle piante e dei fiori, così come abbondano
quelli ai mestieri del suo tempo, alla preparazione del cibo e ai giochi
dei bambini. Gesù mostra pure una notevole conoscenza dell’uso dei
numeri e attinge frequentemente alla costruzione degli edifici o ai
fenomeni meteorologici; conosce le monete del suo tempo e ha una
profonda familiarità con i diversi gruppi religiosi presenti all’epoca e
in vario modo legati all’ebraismo. È davvero un uomo che “guarda” con
piena attenzione e invita costantemente tutti a “guardare” con lo stesso
sguardo la trama della creazione e della storia umana. Questa è, in
verità, la sua incrollabile certezza: quando il cuore è sgombro da ogni
egoismo e inutile affanno, si possono riconoscere le orme dell’amore di
Dio anche nel più piccolo e all’apparenza insignificante evento (cf.
Lc 12,22-34), ed è proprio questo stesso amore che lo porta a
esprimersi attraverso il linguaggio della vita quotidiana della gente.
16. Non
sorprende, allora, che una tale predicazione, mentre facilmente
conquista il cuore della gente semplice che la sente così vicina e
familiare, sconcerti e, in certa misura, inquieti coloro che detengono
il potere politico e religioso del tempo. È come una luce capace di
mostrare ogni possibile uso e abuso di quel potere: «Voi sapete che i
governanti delle nazioni dominano su di esse e i capi le opprimono. Tra
voi non sarà così» (Mt 20,25-26); «Guai anche a voi, dottori
della Legge, che caricate gli uomini di pesi insopportabili» (Lc
11,46).
17. Nel
compiere la sua missione, Gesù non si limita al solo annuncio
dell’incondizionato amore di Dio. Egli rende concreta testimonianza a
quell’amore attraverso una particolare predilezione per tutti coloro che
non attendono quasi più nulla da nessuno: né dai loro parenti, né dai
loro amici, né dai loro connazionali, né dai loro correligionari e forse
neppure dal Dio dell’Alleanza dei Padri. A causa della loro condizione
di sofferenza, causata da malattie incurabili o da tragici rovesci della
sorte, queste persone sono spesso considerate “gli ultimi” della
società. Eppure sono proprio loro a diventare “i primi” nel cuore del
Signore Gesù (cf. Mt 20,16). Sono infatti questi “ultimi/primi”
coloro che, più di tutti gli altri, Gesù invita ad avvicinarsi alla luce
che illumina ogni uomo e ogni donna, cioè alla luce dell’amore del
Padre. È così che, con la sua vicinanza, con le sue parole e con i suoi
miracoli, Gesù riaccende in loro la speranza di poter avere ancora
speranza, la fiducia di poter aver ancora fiducia, la possibilità di
avere ancora possibilità. Compie in loro il prodigio di poter credere
ancora in un miracolo per la propria esistenza.
18. Nel corso
della sua predicazione, Gesù entra poi quasi inevitabilmente in
conflitto con una società religiosa e politica che faceva della Legge di
Mosè il suo fondamento strutturale, ma nella cui applicazione concreta
spesso prevalevano atteggiamenti di divisione e di esclusione. Mentre il
Padre suo che è nei cieli fa sorgere il sole sugli uni e sugli altri
(cf. Mt 5,45) e fa pure scendere la pioggia sugli uni e sugli
altri, la discriminazione e la separazione delle persone costituivano un
tratto molto diffuso nell’ambiente politico e religioso del suo tempo,
così come del nostro. Nel portare la luce di un amore divino che vuole
riconnettere ciascuno con la sua pur travagliata esistenza e con le
altre persone del proprio ambiente e da ultimo con Dio stesso, in vista
di una fraternità di giustizia e di pace, Gesù non può non scontrarsi
con i poteri del suo tempo, dato che il suo messaggio ha la forza di
un’autorità (cf. Mc 1,27). Annunciando il volto d’amore di Dio,
Gesù priva di ogni fondamento quell’esercizio dispotico del potere
religioso e politico del suo tempo che ha dimenticato la propria natura
di servizio e di unità. Dio non benedice la divisione, né tantomeno la
discriminazione. Egli è Padre e ama ogni essere vivente (cf. Sap
1,13-14). Nessuna legge o autorità umana o religiosa potrà mai
dichiarare alcuno indegno del suo amore o di quello degli altri
esseri umani.
19. La tensione
tra le parole e i gesti di Gesù e le incomprensioni con il potere del
suo tempo raggiunge il culmine nella decisione delle autorità religiose
e politiche di farlo condannare a morte. La sua predicazione,
accompagnata da segni straordinari, deve essere fermata e ridotta al
silenzio per sempre. Si decide così la sua morte in croce, a cui il
potere romano offre il proprio avallo.
20. Ma quella
condanna a morte non ha la forza di spegnere la “luce vera del mondo”.
Quel patibolo ingiusto diviene, nell’economia della salvezza, il trono
più alto dal quale risuona con assoluta chiarezza il messaggio
evangelico e si manifesta al mondo intero la potenza illuminante del
Vangelo del Figlio. E quel Vangelo è questo: Dio è per tutti amore,
Dio è per tutti misericordia. Lo è davvero per tutti, e per
questo lo è anche per coloro che condannano e mettono a morte il Figlio.
Il “sì” che Dio in Gesù dice all’essere umano e che mantiene
ardentemente accesa la luce vera del mondo che è il Figlio suo non può
mai essere trasformato in un “no”. Quello del Padre, del Figlio e dello
Spirito Santo è un amore per l’umanità senza riserve, senza limiti,
senza misura e, in definitiva, senza confini (cf. 1Gv 4,7-8).
21. Negli
istanti finali della vita terrena di Gesù, trovano pieno compimento le
stupende parole dell’antico e meraviglioso libro del Cantico dei
Cantici: «le grandi acque non possono spegnere l’amore né i fiumi
travolgerlo» (8,7). L’incomprensione e l’accanimento che conducono i
capi del popolo alla condanna di Gesù, con la piena complicità delle
autorità romane, non riescono a spegnere il suo desiderio di portare
l’umanità fuori dalle tenebre e di accendere in essa la luce della vita.
Anzi, la buona e grande notizia del cristianesimo è proprio questa:
neppure il potere della morte ha potuto spegnere la luce vera del mondo.
22. Una è,
dunque, la certezza fondamentale dei cristiani, senza la quale, come
dice l’apostolo Paolo, tutto sarebbe vano: «Ma se Cristo non è risorto,
vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede» (1Cor
15,14). Questa medesima consapevolezza è stata espressa anche in
occasione del Sinodo dei giovani: «Cristo vive. Egli è la nostra
speranza e la più bella giovinezza di questo mondo. Tutto ciò che Lui
tocca diventa giovane, diventa nuovo, si riempie di vita»[5].
Questo è ciò che i discepoli del Signore, in ogni tempo, credono,
annunciano e testimoniano con la loro vita: Cristo è vivo e vuole vivo
ogni essere umano. Egli è con noi sempre e non ci abbandona (cf. Mt
28,20). Per quanto una persona possa allontanarsi da Lui, Gesù non si
allontanerà mai da lei. Attraverso la sua Chiesa, il Risorto rimane in
ogni tempo accanto a ciascuno, pronto a illuminare d’amore divino la sua
esistenza, riempiendola di vita, di forza, di speranza. La comunione
ecclesiale è oggi il luogo privilegiato in cui Cristo continua a
lasciarsi incontrare attraverso uomini e donne progressivamente
trasformati dalla sua stessa vita.
23. Per rendere
possibile la sua missione di essere luce del mondo, la Chiesa celebra
con gioia il compimento della grande promessa di Cristo: «Il Paràclito,
lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà
ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» (Gv
14,26); «egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza»
(Gv 15,26-27). Senza la sua azione nell’intimo dei cuori diventa
impossibile trasmettere la vera luce di Cristo, come ci ricorda anche la
Sequenza di Pentecoste: «Vieni padre dei poveri […] senza la tua forza,
nulla è nell’uomo». In Lui riponiamo la nostra fiducia, mentre ci
disponiamo a cercare i diversi modi per cooperare con la sua grazia
nell’evangelizzazione del nostro tempo. È a Lui che chiediamo il fervore
e la gioia necessari per rispondere con fedeltà a questa chiamata.
Capitolo II
La luce della fede
24. Alla luce
di quanto sin qui detto si comprende meglio il fondamento del
cristianesimo così come è stato espresso da
Benedetto XVI: «All’inizio
dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea,
bensì l’incontro con una Persona che dà alla vita un nuovo orizzonte e
con ciò la direzione decisiva»[6].
Un orizzonte nuovo e una direzione decisiva sono quelli della gioia,
come ricorda
Papa Francesco all’inizio dell’Evangelii gaudium: «La
gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si
incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati
dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con
Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia»[7].
25. Questo è,
pertanto, il cuore dell’esperienza cristiana: l’incontro con il Signore
Gesù, che ci mette in contatto con la luce vera dell’amore divino, fa sì
che non ci disperdiamo nelle tenebre e ci conduce alla vita. È proprio
in questo senso che si può parlare di luce della fede, come si
afferma nell’omonima prima Lettera enciclica di
Papa Francesco, alla cui
stesura aveva dato il suo contributo anche
Benedetto XVI: «La luce della
fede: con quest’espressione, la tradizione della Chiesa ha indicato il
grande dono portato da Gesù, il quale, nel Vangelo di Giovanni, così si
presenta: “Io sono venuto nel mondo come luce, perché chiunque crede in
me non rimanga nelle tenebre” (Gv 12,46). Anche san Paolo si
esprime in questi termini: “E Dio, che disse: ‘Rifulga la luce dalle
tenebre’, rifulge nei nostri cuori” (2 Cor 4,6). Nel mondo
pagano, affamato di luce, si era sviluppato il culto al dio Sole, Sol
invictus, invocato nel suo sorgere. Anche se il sole rinasceva ogni
giorno, si capiva bene che era incapace di irradiare la sua luce
sull’intera esistenza dell’uomo. Il sole, infatti, non illumina tutto il
reale, il suo raggio è incapace di arrivare fino all’ombra della morte,
là dove l’occhio umano si chiude alla sua luce. “Per la sua fede nel
sole - afferma san Giustino Martire - non si è mai visto nessuno pronto
a morire”. Consapevoli dell’orizzonte grande che la fede apriva loro, i
cristiani chiamarono Cristo il vero sole, “i cui raggi donano la vita”.
A Marta, che piange per la morte del fratello Lazzaro, Gesù dice: “Non
ti ho detto che, se credi, vedrai la gloria di Dio?” (Gv 11,40).
Chi crede, vede; vede con una luce che illumina tutto il percorso della
strada, perché viene a noi da Cristo risorto, stella mattutina che non
tramonta»[8].
26.
L’esperienza della fede può così essere immaginata come l’incontro
vitale e decisivo con quel “sole vero” che è Cristo, il quale libera
dalle tenebre e riempie di luce l’esistenza umana. È un’esperienza di
luce che, per sua stessa natura, si irradia verso altre esistenze per
illuminarle della medesima luce; queste, risplendendo a loro volta,
estenderanno il raggio di propagazione della luce originaria: la luce
vera del mondo che è Cristo. Come non ricordare, al riguardo, le parole
dello stesso Gesù rivolte ai suoi discepoli: «voi siete la luce del
mondo» (Mt 5,14)?
27. È proprio a
questo dinamismo che dobbiamo riferirci quando riflettiamo sul delicato
tema della trasmissione della fede nel contesto contemporaneo, qui
evocato come tempo di cambiamento d’epoca. Lo conferma con estrema
precisione il testo della
Lumen fidei: «Chi si è aperto all’amore
di Dio, ha ascoltato la sua [di Cristo] voce e ha ricevuto la sua [di
Cristo] luce, non può tenere questo dono per sé. Poiché la fede è
ascolto e visione, essa si trasmette anche come parola e come luce.
Parlando ai Corinzi, l’Apostolo Paolo ha usato proprio queste due
immagini. Da un lato, egli dice: “Animati tuttavia da quello stesso
spirito di fede di cui sta scritto: Ho creduto, perciò ho parlato,
anche noi crediamo e perciò parliamo” (2 Cor 4,13). La parola
ricevuta si fa risposta, confessione e, in questo modo, risuona per gli
altri, invitandoli a credere. Dall’altro, san Paolo si riferisce anche
alla luce: “Riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore,
veniamo trasformati in quella medesima immagine” (2 Cor 3,18). È
una luce che si rispecchia di volto in volto, come Mosè portava in sé il
riflesso della gloria di Dio dopo aver parlato con Lui: “[Dio] rifulse
nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria di Dio
sul volto di Cristo” (2 Cor 4,6). La luce di Gesù brilla, come in
uno specchio, sul volto dei cristiani e così si diffonde, così arriva
fino a noi, perché anche noi possiamo partecipare a questa visione e
riflettere ad altri la sua luce, come nella liturgia di Pasqua la luce
del cero accende tante altre candele. La fede si trasmette, per così
dire, nella forma del contatto, da persona a persona, come una fiamma si
accende da un’altra fiamma. I cristiani, nella loro povertà, piantano un
seme così fecondo che diventa un grande albero ed è capace di riempire
il mondo di frutti»[9].
28. Lo stesso
documento, nel numero successivo, ricorda poi che «la trasmissione della
fede, che brilla per tutti gli uomini di tutti i luoghi, passa anche
attraverso l’asse del tempo, di generazione in generazione. Poiché la
fede nasce da un incontro che accade nella storia e illumina il nostro
cammino nel tempo, essa si deve trasmettere lungo i secoli»[10].
Se dunque, da una parte, la trasmissione della fede assomiglia
all’accendersi di una fiamma da un’altra fiamma, in un contatto potremmo
dire personale, dall’altra la comunità dei discepoli si è sempre sentita
chiamata a creare occasioni nelle quali la fede potesse essere
trasmessa: occasioni in cui fosse possibile per tutti entrare in
contatto con la luce vera della vita, quella che libera da ogni tenebra
e che si incontra nel Signore Gesù. I discepoli hanno sentito, dunque,
il dovere di trasmettere la fede; un dovere che deve essere custodito e
onorato di generazione in generazione.
29. La
trasmissione della fede ha il suo fondamento ultimo nell’iniziativa di
Dio, che in Cristo ha rivelato il suo volto e ha affidato agli Apostoli
il compito di annunciare il Vangelo a tutte le genti. Questa missione,
tuttavia, non si è conclusa con la predicazione apostolica, ma continua
nella storia attraverso la Chiesa. Il
Concilio Vaticano II afferma,
infatti, che «la Chiesa nella sua dottrina, nella sua vita e nel suo
culto, perpetua e trasmette a tutte le generazioni tutto ciò che essa è,
tutto ciò che essa crede»[11].
La Chiesa è, così, il soggetto storico e vivente in cui il Vangelo viene
ascoltato, custodito, celebrato e continuamente riattualizzato sotto
l’azione dello Spirito Santo. Per questa ragione, la fede non si
trasmette anzitutto come un insieme di contenuti dottrinali o di
informazioni religiose, ma come una forma di vita ecclesiale nella quale
il credente viene progressivamente introdotto. Soggetto primario della
trasmissione della fede è, dunque, la Chiesa nella sua interezza[12],
la quale, mentre riceve incessantemente il dono della Parola divina, lo
comunica e lo testimonia mediante la predicazione, la liturgia, la
carità e l’esperienza concreta della comunione. Si può, dunque, a
ragione affermare che la Chiesa «è una Madre che ci insegna a parlare il
linguaggio della fede»[13].
Forme di trasmissione della fede
30. Giova
affermare con chiarezza che la forza più autentica della missione
evangelizzatrice della comunità dei discepoli del Signore resta sempre
quella dell’attrazione, come ricordava
Benedetto XVI nell’omelia
della Santa Messa di inaugurazione della V Conferenza Generale dell’Episcopato
Latinoamericano e dei Caraibi: «La missione di Cristo si è compiuta
nell’amore. Egli ha acceso nel mondo il fuoco della carità di Dio (cfr Lc
12,49). È l’Amore che dà la vita: per questo la Chiesa è inviata a
diffondere nel mondo la carità di Cristo, perché gli uomini e i popoli “abbiano
la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10). […] La Chiesa si sente
discepola e missionaria di questo Amore: missionaria solo in quanto
discepola, cioè capace di lasciarsi sempre attrarre con rinnovato stupore da
Dio, che ci ha amati e ci ama per primo (cfr 1Gv 4,10). La Chiesa non fa
proselitismo. Essa si sviluppa piuttosto per “attrazione”: come Cristo
“attira tutti a sé” con la forza del suo amore, culminato nel sacrificio della
Croce, così la Chiesa compie la sua missione nella misura in cui, associata a
Cristo, compie ogni sua opera in conformità spirituale e concreta alla carità
del suo Signore»[14]. Questa riflessione è stata fatta propria anche da Papa Leone XIV: «Oggi con
gioia io la riprendo e la condivido con voi. E invito me e voi a fare bene
attenzione a quello che Papa Benedetto indicava come la “forza” che presiede a
questo movimento di attrazione: tale forza è la Charis, è l’Agape, è l’Amore di
Dio che si è incarnato in Gesù Cristo e che nello Spirito Santo è donato alla
Chiesa e santifica ogni sua azione. In effetti, non è la Chiesa che attrae ma
Cristo, e se un cristiano o una comunità ecclesiale attrae è perché attraverso
quel “canale” arriva la linfa vitale della Carità che sgorga dal Cuore del
Salvatore»[15].
La famiglia
31. Tra gli
ambiti nei quali la Chiesa è chiamata a comunicare e a far risplendere
la luce di Cristo, la famiglia costituisce il primo e più essenziale
luogo di trasmissione della fede. Già nel Nuovo Testamento emerge il
ruolo dei familiari nella trasmissione della fede. A Timoteo, per
esempio, l’apostolo Paolo si rivolge dicendo: «Mi ricordo infatti della
tua fede schietta, fede che fu prima nella tua nonna Lòide, poi in tua
madre Eunìce e ora, ne sono certo, anche in te» (2Tm 1,5). Questo
aspetto è stato sottolineato anche da Papa Leone XIV: «In famiglia, la
fede si trasmette insieme alla vita, di generazione in generazione:
viene condivisa come il cibo della tavola e gli affetti del cuore. Ciò
la rende un luogo privilegiato in cui incontrare Gesù, che ci vuole bene
e vuole il nostro bene, sempre»[16].
32. Nel corso
dei decenni, poi, con il costituirsi e il consolidarsi delle comunità
cristiane, emerge anche il loro ruolo attivo nel compito della
trasmissione della fede. In particolare, con la diffusione della pratica
del Battesimo dei bambini, comunità e famiglia si sentono unite nella
comune responsabilità di introdurre i più piccoli all’incontro con il
Signore Gesù. Si tratta della consapevolezza che, se i bambini ricevono
dai genitori la vita, nel Battesimo ottengono «il senso per viverla: la
fede. Quando sappiamo che un bene è essenziale, subito lo cerchiamo per
coloro che amiamo. Chi di noi, infatti, lascerebbe i neonati senza
vestiti o senza nutrimento, nell’attesa che scelgano da grandi come
vestirsi e che cosa mangiare? [… S]e il cibo e il vestito sono necessari
per vivere, la fede è più che necessaria, perché con Dio la vita trova
salvezza»[17].
33. Resta in
ogni caso la necessità di una profonda integrazione tra Chiesa e
famiglia, come ricorda chiaramente ancora la
Lumen fidei: la «struttura del Battesimo evidenzia l’importanza della sinergia tra la Chiesa
e la famiglia nella trasmissione della fede. I genitori sono chiamati, secondo
una parola di sant’Agostino, non solo a generare i figli alla vita, ma a
portarli a Dio affinché, attraverso il Battesimo, siano rigenerati come figli di
Dio, ricevano il dono della fede.Così, insieme alla vita, viene dato loro l’orientamento fondamentale
dell’esistenza e la sicurezza di un futuro buono, orientamento che verrà
ulteriormente corroborato nel Sacramento della Confermazione con il sigillo
dello Spirito Santo»[18].
Interessante, al riguardo, è il legame che si può intravedere nella
Chiesa latina tra la liturgia dell’accensione del cero pasquale,
preludio alla grande celebrazione della Pasqua, centro e culmine della
fede cristiana, e la celebrazione del Battesimo, porta della stessa
fede, soprattutto nel riferimento a Cristo Luce, che deve essere accolto
nell’esistenza di ogni credente.
34. In questo
orizzonte risuona come particolarmente significativo ciò che lo stesso
documento magisteriale afferma più avanti: «In famiglia, la fede
accompagna tutte le età della vita, a cominciare dall’infanzia: i
bambini imparano a fidarsi dell’amore dei loro genitori. Per questo è
importante che i genitori coltivino pratiche comuni di fede nella
famiglia, che accompagnino la maturazione della fede dei figli.
Soprattutto i giovani, che attraversano un’età della vita così
complessa, ricca e importante per la fede, devono sentire la vicinanza e
l’attenzione della famiglia e della comunità ecclesiale nel loro cammino
di crescita nella fede»[19].
35. È significativo ricordare qui un’intensa pagina di ricordi scritta dal gesuita
Aimé Duval, nella quale è possibile scorgere l’opera silenziosa e quasi naturale
di testimonianza cristiana vissuta dai genitori nei confronti dei propri figli.
Scrive padre Duval, nel contesto del racconto della sua travagliata vicenda
umana e religiosa: «Ero il quinto di una famiglia di nove figli. Davanti a me:
Lucie, Marie, Hélène, Marcel; e dopo di me: René, Raymond, Suzanne e
André. In questa famiglia, non ho appreso la pietà in un modo espansivo
e straordinario. C’era solo la preghiera quotidiana della sera, recitata
insieme. Ma di essa mi ricordo bene e me ne ricorderò sino a quando i
miei occhi non saranno definitivamente chiusi. Mia sorella. Mia
sorella Héléne recitava le preghiere, lunghe per dei bambini (un quarto
d’ora). Accelerava, farfugliava, e prendeva delle scorciatoie sino al
momento in cui mio padre le diceva in dialetto: “Riprendi… ricomincia…”.
Ho perciò appreso, in quel momento, che era necessario parlare con il
buon Dio con lentezza, serietà e pazienza gentile. Mio padre. Ciò
che mi emoziona oggi è il ricordo dell’atteggiamento di mio padre. Egli
che era sempre stanco per i suoi lavori nei campi o per il trasporto dei
buoi, egli che mostrava senza vergogna che era stanco al ritorno dal
lavoro, ecco che, dopo cena, si metteva in ginocchio, i gomiti
appoggiati sul sedile di una sedia, la fronte tra le mani, senza alcuno
sguardo ai suoi figli attorno a lui, senza un movimento, senza tossire,
senza perdere la pazienza. E io pensavo tra me e me: “Mio padre che è
così forte, che comanda la casa e i suoi due grandi buoi, che è fiero
davanti ai rovesci della sorte e così poco timido davanti al sindaco, ai
ricchi e ai malvagi, ecco che egli si fa così piccolo davanti al buon
Dio. Veramente parlare con Dio lo cambia. Veramente, il buon Dio deve
essere qualcuno di molto grande se mio padre gli si inginocchia davanti,
ma anche qualcuno di molto familiare se gli si può parlare con gli abiti
di lavoro…”. Mia madre. Quanto a mia madre, non l’ho mai vista in
ginocchio. Troppo stanca, si sedeva al centro della stanza, con l’ultimo
nato tra le braccia, la veste nera sino ai talloni, i suoi bei capelli
castani sciolti sul suo collo e tutti i bambini intorno a lei,
appoggiati a lei. Seguiva con le labbra le preghiere da un capo
all’altro, non voleva perderne una briciola, le diceva per suo conto. La
cosa più curiosa è che lei non smetteva di fissarci, ognuno di noi era
sotto il suo sguardo. Uno sguardo più lungo per i più piccoli. Ci
fissava, ma non diceva niente, anche quando i più piccoli si dimenavano
e bisbigliavano, anche quando il tuono si abbatteva sulla casa, anche
quando il gatto faceva cadere una pentola. E io pensavo tra me e me:
“Veramente, il buon Dio è molto gentile se si può parlare con lui avendo
un bambino tra le braccia e con addosso il grembiule di lavoro.
Veramente, il buon Dio è qualcuno di importante se il gatto o il tuono
non hanno più alcuna importanza”. Le mani di mio padre, le labbra di mia
madre, sono queste cose che mi hanno insegnato sul buon Dio più che il
catechismo. Egli è Qualcuno, è Qualcuno di vicino. Con lui si può
parlare anche quando hai lavorato»[20].
36. Questo
toccante racconto di una semplice e gioiosa iniziazione dei più piccoli
al mistero di Dio, resa possibile dalla testimonianza dei genitori,
conferma pienamente l’intuizione più volte richiamata da
Papa Francesco:
la fede deve essere trasmessa, all’interno dei contesti familiari, “in
dialetto”.
In occasione della Festa del Battesimo del Signore, il 7
gennaio del 2018, così egli si rivolgeva ai genitori che avevano portato
i loro figli al Battesimo: «Vorrei dirvi una cosa soltanto, che riguarda
voi [genitori]: la trasmissione della fede si può fare soltanto “in
dialetto”, nel dialetto della famiglia, nel dialetto di papà e mamma, di
nonno e nonna. Poi verranno i catechisti a sviluppare questa prima
trasmissione, con idee, con spiegazioni… Ma non dimenticatevi questo: si
fa “in dialetto”, e se manca il dialetto, se a casa non si parla fra i
genitori quella lingua dell’amore, la trasmissione non è tanto facile,
non si potrà fare. Non dimenticatevi. Il vostro compito è trasmettere la
fede ma farlo col dialetto dell’amore della vostra casa, della famiglia»[21].
Questo punto è stato ribadito anche da Papa Leone XIV: «i primi catechisti sono i nostri genitori, coloro che ci hanno parlato per primi
e ci hanno insegnato a parlare. Come abbiamo imparato la nostra lingua madre,
così l’annuncio della fede non può essere delegato ad altri, ma accade lì dove
viviamo. Anzitutto nelle nostre case, attorno alla tavola: quando c’è una voce,
un gesto, un volto che porta a Cristo, la famiglia sperimenta la bellezza del
Vangelo»[22].
37. La
trasmissione della fede ha trovato così, sino a tempi recenti, proprio
nei contesti familiari il luogo principale del passaggio tra le
generazioni. Sono soprattutto i genitori a costituire quel primo
“tabernacolo” nel quale i piccoli possono intravedere tutta la bellezza
e la forza dell’essere discepoli del Signore Gesù. Questa testimonianza prende corpo in una trama di gesti semplici e quotidiani:
la preghiera personale e di coppia, la lettura del Vangelo, il ricordo
delle parole e dei gesti di Gesù, la memoria dei Santi Patroni, la
costante invocazione della materna protezione della Vergine Maria, la
partecipazione alla Messa domenicale, la visita ai Santuari e le diverse
forme di pietà popolare, l’attenzione ai più poveri e agli svantaggiati,
ma anche attraverso la preghiera di ringraziamento prima dei pasti e la
benedizione del Signore in occasione dei compleanni di uno dei membri
della famiglia e il devoto allestimento del Presepe in occasione delle
feste natalizie.
38. Tuttavia, bisogna constatare che questa situazione favorevole sta
progressivamente venendo meno. Infatti, come si vedrà più avanti con maggior
dettaglio, uno dei tratti caratteristici della nostra epoca è il fatto che, pur
mantenendo la sua importanza in alcune regioni dell’Africa e dell’Asia, la
trasmissione della fede nei contesti familiari si è interrotta in molte parti
del mondo[23]. Di conseguenza, il passaggio alle nuove generazioni dell’esperienza della fede
cristiana non avviene più in modo, per così dire, “automatico”.
La comunità ecclesiale
39. È solo a
questo punto, e in un secondo momento, che la comunità ecclesiale entra
nel processo della trasmissione della fede. Ciò che una persona ha
ricevuto dai propri genitori – la testimonianza credente di Gesù, che ha
rivelato pienamente il volto dell’amore infinito di Dio, liberando gli
esseri umani dalle tenebre e aprendoli alla luce vera della vita – trova
nella Chiesa gli strumenti e le occasioni perché diventi il principio
fondamentale del proprio modo di guardare al mondo. Attraverso la
catechesi, la celebrazione dei Sacramenti, i diversi spazi che
favoriscono una partecipazione attiva alla vita comunitaria – come
propone l’attuale cammino sinodale –, l’impegno a favore dei più
svantaggiati e il ritrovarsi nella casa del Signore la Domenica, si
giunge a quella maturità della fede che consiste, in ultima analisi, nel
guardare ogni cosa “con gli occhi di Gesù”.
40. Grazie
all’azione coordinata tra genitori e comunità ecclesiale, infatti,
ciascuno impara che «nella fede, Cristo non è soltanto Colui in cui
crediamo, la manifestazione massima dell’amore di Dio, ma anche Colui al
quale ci uniamo per poter credere. La fede, non solo guarda a Gesù, ma
guarda dal punto di vista di Gesù, con i suoi occhi: è una
partecipazione al suo modo di vedere»[24].
Questo è il pieno compimento del processo che qui chiamiamo trasmissione
della fede: permettere a ciascuno di giungere a una tale intimità con il
Signore Gesù da poter finalmente guardare se stesso, gli altri, il mondo
e il mistero di Dio con gli occhi stessi di Gesù. Si percepisce così che
l’accompagnamento della comunità è essenziale non solo per accogliere il
Vangelo, ma anche per rimanere fedeli al dono ricevuto, poiché è molto
difficile perseverare da soli.
41. Si deve
altresì constatare che, nei Paesi di antica tradizione cristiana, un
simile contesto di trasmissione della fede appare oggi compromesso,
poiché è caratterizzato sempre più dalla presenza di «“persone
battezzate che però non vivono le esigenze del Battesimo”, non hanno
un’appartenenza cordiale alla Chiesa e non sperimentano più la
consolazione della fede. La Chiesa, come madre sempre attenta, si
impegna perché essi vivano una conversione che restituisca loro la gioia
della fede e il desiderio di impegnarsi con il Vangelo»[25].
Cresce, inoltre, soprattutto tra i giovani, il numero di coloro che non
conoscono Gesù e il Vangelo.
42. Proprio per
questa ragione, la trasmissione della fede richiede oggi in modo
particolare l’evangelizzazione degli adulti e il superamento di
un’azione pastorale concentrata unicamente sulla catechesi dei bambini e
degli adolescenti.
Capitolo III
Il cambiamento d’epoca
43. Una
particolare attenzione merita il contesto della trasmissione della fede
oggetto delle presenti Considerazioni, espresso tramite la
categoria di “cambiamento d’epoca”. Come è noto, fu
Papa Francesco a
rendere celebre tale espressione nel suo discorso alla Curia romana in
occasione dello scambio degli auguri natalizi, il 21 dicembre 2019,
affermando: «Quella che stiamo vivendo non è semplicemente un’epoca di
cambiamenti, ma è un cambiamento di epoca. Siamo, dunque, in uno di quei
momenti nei quali i cambiamenti non sono più lineari, bensì epocali;
costituiscono delle scelte che trasformano velocemente il modo di
vivere, di relazionarsi, di comunicare ed elaborare il pensiero, di
rapportarsi tra le generazioni umane e di comprendere e di vivere la
fede e la scienza»[26].
Come già ricordava più di dieci anni prima il Documento conclusivo
della V Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano e dei
Caraibi, svoltasi nel maggio 2007 ad Aparecida (Brasile), di tale
cambiamento «il livello più profondo è culturale. Svanisce la concezione
integrale dell’essere umano, la sua relazione con il mondo e con Dio»[27].
44. Una tale
situazione è legata fondamentalmente alla crisi del modello culturale
della modernità, che riguarda in modo particolare il contesto europeo.
Ci si può chiedere, pertanto, se parlare di “cambiamento d’epoca”, al
singolare, renda pienamente ragione dei processi che le Chiese, in ogni
parte del mondo, stanno affrontando. La risposta a tale interrogativo è
senz’altro positiva, almeno se ci si mantiene a un livello generale, per
motivi legati al noto fenomeno della globalizzazione, il quale ha
favorito l’effettiva diffusione dell’influsso della cultura occidentale
in ogni regione del pianeta. Del resto, è innegabile che alcune
esperienze, come la tragedia della pandemia di Covid-19, abbiano
rafforzato la diffusa consapevolezza di appartenere a un’unica famiglia,
anche se non mancano tendenze che si muovono in direzione opposta[28].
45. L’urgenza
di affrontare le domande sorte dal cambiamento d’epoca è stata
manifestata anche da Papa Leone XIV nella sua prima Lettera enciclica
Magnifica humanitas: «Stiamo vivendo una rapida fase di transizione,
un “cambiamento d’epoca”, in cui – mentre alcuni si contendono il futuro
delle nuove tecnologie e altri sono impegnati nella riflessione su di
esse – la maggior parte delle persone rimane in attesa, osserva da
lontano e spera semplicemente che tutto vada per il meglio. Proprio per
questo si impongono alla nostra coscienza domande decisive, che non
possono più essere eluse: dove stiamo andando? Verso quale meta
desideriamo orientarci? Quale direzione scegliere come comunità umana e
come popoli?»[29]. I tratti
generali di tale cambiamento sono stati evidenziati dal Santo Padre:
«l’intelligenza artificiale e altre innovazioni stanno rimodellando la
nostra comprensione del lavoro e delle relazioni e addirittura
sollevando domande sull’identità umana. Il degrado ecologico minaccia la
nostra casa comune. I sistemi politici spesso non rispondono al grido
dei poveri. Populismo e polarizzazione ideologica rendono più profonde
le divisioni tra nazioni. Molti sono affetti da consumismo,
individualismo e indifferenza»[30].
A ciò si può aggiungere anche il crescente divario economico, che spesso
conduce alla destabilizzazione di intere regioni. Si tratta di fattori
globali che comportano profondi mutamenti sociali. Tali trasformazioni
interessano praticamente ogni contesto culturale e non risparmiano
nemmeno la Chiesa, poiché essa è incarnata nella storia e partecipa
della vita dei popoli.
46. Da un lato,
infatti, l’attrattiva esercitata da uno stile di vita economicamente
agiato e la legittima aspirazione a condizioni migliori di esistenza,
favorita anche dal menzionato sviluppo tecnologico, contribuiscono alla
diffusione di mentalità materialiste e individualiste in tutti i
continenti. Ciò, insieme ad altri fattori, alimenta a livello globale il
fenomeno delle migrazioni, spesso segnato da aspetti drammatici.
Dall’altro lato, questi stessi processi, anche nei Paesi di antica
evangelizzazione, hanno favorito la formazione di contesti
multiculturali nei quali, accanto al secolarismo, convivono istanze
culturali proprie di popoli diversi, chiamati alla sfida di una
convivenza pacifica. È, pertanto, doveroso riconoscere che tali
dinamiche non sono vissute in modo uniforme nelle diverse regioni del
pianeta. Allo stesso modo, va sottolineato che il rapporto con la
modernità occidentale – che caratterizza soprattutto un particolare
profilo di Chiesa – è declinato in modi differenziati a seconda delle
culture alle quali appartengono le diverse comunità cristiane. Tale
realtà è riconosciuta da Papa Leone XIV: «Il popolo di Dio non è
soltanto raccolto da molti popoli, ma al suo interno è tessuto di
funzioni, vocazioni, culture e tradizioni diverse, chiamate a sostenersi
e ad arricchirsi a vicenda. […] La tensione feconda tra universalità
della missione e radicamento locale appartiene intimamente alla vita
della Chiesa: essa porta nel suo respiro l’orizzonte del mondo intero,
ma assume le domande di ciascun contesto come luogo reale in cui prende
corpo il Vangelo»[31]. Si
può concludere, perciò, che uno degli aspetti più rilevanti del
cambiamento d’epoca riguarda l’instaurarsi di una nuova relazione tra la
fede – e quindi la sua trasmissione – e le culture.
La crisi della trasmissione della fede
47. Un aspetto
caratteristico del cambiamento d’epoca che interessa, per motivi
differenti, soprattutto l’Occidente – cioè quei Paesi in cui la fede
cristiana ha avuto anche una rilevanza sociologica maggioritaria –
riguarda la crisi della trasmissione generazionale della fede
cristiana. Questo è quanto aveva già indicato
Evangelii gaudium:
«Nemmeno possiamo ignorare che, negli ultimi decenni, si è prodotta una
rottura nella trasmissione generazionale della fede cristiana nel popolo
cattolico. È innegabile che molti si sentono delusi e cessano di
identificarsi con la tradizione cattolica, che aumentano i genitori che
non battezzano i figli e non insegnano loro a pregare, e che c’è un
certo esodo verso altre comunità di fede»[32].
48. Ciò ha
molto a che fare, specialmente in Europa, Stati Uniti d’America e
Canada, ma anche in Australia e Nuova Zelanda, con una fase avanzata di
secolarizzazione, che ha condotto a una rilevante crisi del
cristianesimo vissuto in ambito domestico. In verità, sempre meno i
genitori assolvono al compito di mettere i loro figli in contatto con la
luce vivente del messaggio evangelico. È proprio da questi contesti
familiari che proviene quella maggioranza di giovani, uomini e donne
che, pur avendo frequentato gli ambienti cattolici della parrocchia,
giungono poi a vivere il passaggio verso l’età adulta in un
atteggiamento di sostanziale indifferenza religiosa. Per tali persone
che, pur avendo ricevuto il Battesimo, hanno smarrito il senso cristiano
della vita, Gesù, il suo messaggio d’amore, quella luce che è venuto a
irradiare nella storia umana, non rappresenta più né un elemento
essenziale della propria identità né una risorsa affidabile per
discernere ciò che è giusto compiere in vista di una vita umanamente
degna.
49. Ciò non
riguarda, però, soltanto il cosiddetto Occidente avanzato. Nell’Europa
orientale, per esempio, che ha conosciuto la grave prova dei regimi
totalitari comunisti e la conseguente instaurazione di una società
fondata sull’ateismo di Stato – i cui effetti, tuttavia, non sono stati
ovunque i medesimi – è stata la generazione degli attuali genitori ad
aver patito l’interruzione della trasmissione della fede. Ciò è
testimoniato in particolare dai Vescovi dei territori dell’ex Unione
Sovietica, i quali hanno potuto constatare «che la fede era passata
dalle nonne […] ai nipoti, ma senza il coinvolgimento diretto della
generazione di mezzo. In conseguenza di questo, la generazione dei
“nipoti” non ha trovato nei genitori una fede vissuta nell’esperienza
quotidiana»[33].
Testimonianze simili sono offerte anche dai Vescovi dell’Albania[34].
Per cui, concludono i Vescovi della Chiesa greco-cattolica di Ungheria,
«non possiamo più considerare scontato che i genitori trasmettano
automaticamente la fede ai loro figli. Ciò che in passato si rivelava
efficace, nella situazione attuale non produce più gli stessi frutti»[35].
50. Tale
rottura nella trasmissione della fede in famiglia si riscontra anche in
America Latina e nei Caraibi, dove essa si manifesta soprattutto come
interruzione della continuità organica tra famiglia e società. Infatti,
come osservano i Vescovi del Cile: «Per decenni si è dato per scontato
che esistesse una continuità tra famiglia, scuola, cultura e comunità
ecclesiale. In tale contesto, la fede si poteva descrivere come un
qualcosa che si trasmetteva in maniera relativamente organica da una
generazione all’altra»[36].
A questo riguardo, i Vescovi delle Antille osservano un indebolimento
della continuità generazionale[37],
soprattutto per quanto riguarda la catechesi e la pratica sacramentale.
In un altro contesto, come quello di Panama, dove permane una fede
ancora ben presente nelle manifestazioni popolari e nei momenti
importanti della vita, si percepisce che essa «non si trasmette più in
modo naturale all’interno delle famiglie»[38].
In Colombia, come in altri luoghi del pianeta, sono i nonni a supplire
alle carenze della catechesi domestica, in parallelo con quella
parrocchiale[39]; in altre
aree, invece, per motivi legati alla cultura locale, si arriva
addirittura a posticipare a un’età più adulta il Battesimo dei figli,
come nel caso dell’Amazzonia peruviana[40].
In definitiva, tutte queste testimonianze mostrano che è venuto meno una
sorta di “automatismo” nella trasmissione della fede.
51. Un problema
analogo interessa anche la maggior parte delle Chiese dell’Asia,
soprattutto nelle regioni più tecnologicamente avanzate. In questi casi,
tuttavia, si tratta di un cristianesimo che è sempre stato minoritario a
livello sociale, e che solo recentemente sta sperimentando alcune
difficoltà nella trasmissione familiare della fede. In Corea, ad
esempio, i Vescovi osservano che, a causa della preoccupazione dei
genitori soprattutto per la carriera accademica e professionale dei
figli, il compito della catechesi dei più giovani viene assunto
principalmente dai nonni[41].
Anche i Vescovi di Malesia, Singapore e Brunei denunciano una priorità
accordata alle esigenze della carriera, mentre la formazione spirituale
viene progressivamente ridotta all’uso personale dei moderni mezzi di
comunicazione[42]. In
Bangladesh si riscontra una situazione analoga, ulteriormente aggravata
da un contesto sociale a maggioranza musulmana[43].
In Giappone, invece, si incontrano difficoltà per certi aspetti simili a
quelle del mondo occidentale, soprattutto in riferimento alla catechesi
parrocchiale e alla grande diffusione dei matrimoni tra appartenenti a
tradizioni religiose differenti, che, in qualche modo, ostacolano la
trasmissione della fede entro le mura domestiche[44].
Ciò si verifica anche nei Paesi dell’Asia Centrale, un tempo
appartenenti al blocco sovietico, nei quali la Chiesa è rimasta comunque
una realtà minoritaria e vive condizioni analoghe a quelle delle
comunità dell’Europa orientale, dove per vari decenni è sopravvissuta,
sotto regimi totalitari, una «Chiesa del silenzio»[45].
52. Pur nella
grande varietà dei contesti, nemmeno l’Africa è esente da dinamiche di
interruzione della trasmissione generazionale della fede. Innanzitutto,
ciò è dovuto a una certa secolarizzazione dei costumi indotta
dall’influenza di uno stile di vita occidentale, fatto proprio
soprattutto dalle giovani generazioni. Vi sono, tuttavia, anche altri
fattori, legati prevalentemente al rapporto con le culture locali. In
particolare, si può constatare che un’opera di inculturazione del
Vangelo non pienamente realizzata, nonostante le ancora diffuse
manifestazioni pubbliche della religione nella vita sociale, conduce a
una fede superficiale, priva di radici e maggiormente esposta a
influenze esterne. È quanto testimoniano, ad esempio, i Vescovi
dell’Africa del Sud: «nonostante il Cristianesimo sia ampiamente
diffuso, esso rimane spesso a un livello superficiale, avendo bisogno di
una più profonda incarnazione del Vangelo nella spiritualità africana»[46].
Pertanto, una delle sfide principali per la trasmissione della fede, che
caratterizza in modo trasversale il continente africano, riguarda la
crescente concorrenza, sempre più aggressiva, esercitata da movimenti
religiosi di diversa estrazione e il ritorno alle pratiche religiose
tradizionali anche dopo aver ricevuto il Battesimo[47].
53. Senza
entrare nella complessità delle cause che hanno prodotto tali
trasformazioni, è all’interno di un tale contesto di vera e propria
riscrittura delle condizioni fondamentali dell’esistenza umana che deve
essere collocata la crisi della trasmissione generazionale della fede e
la sfida che essa rappresenta per la Chiesa. Tali condizioni, in
passato, erano interpretate soprattutto a partire dal cristianesimo, sia
nella società nel suo complesso sia all’interno delle singole comunità.
Più in generale, poi, occorre prendere atto che non è in crisi solo la
trasmissione della fede, ma anche una certa visione dell’essere umano e
dei suoi valori fondanti e fondamentali, che aveva trovato proprio nel
Vangelo il suo compimento. La crisi della modernità, cifra del
cambiamento d’epoca, ha così contribuito alla nascita di una nuova
cultura, entrata in competizione con le strutture tradizionali di
trasmissione della fede. Ciò ha portato, a sua volta, alla crisi del
cosiddetto modello di cristianità, accompagnata dalla diffusa
percezione, nelle varie aree del mondo, che il compito dei sacerdoti si
limiti spesso alla “manutenzione” delle strutture esistenti, mentre il
mondo attorno a loro è radicalmente cambiato.
Una nuova cultura diffusa
54. A partire
da questa situazione,
Evangelii gaudium invita alla
seguente presa d’atto: «Nuove culture continuano a generarsi in
queste enormi geografie umane [le metropoli] dove il cristiano non suole
più essere promotore o generatore di senso, ma che riceve da esse altri
linguaggi, simboli, messaggi e paradigmi che offrono nuovi orientamenti
di vita, spesso in contrasto con il Vangelo di Gesù. Una cultura inedita
palpita e si progetta nella città. Il
Sinodo [del 2012 sulla nuova
evangelizzazione] ha constatato che oggi le trasformazioni di queste
grandi aree e la cultura che esprimono sono un luogo privilegiato della
nuova evangelizzazione. Ciò richiede di immaginare spazi di preghiera e
di comunione con caratteristiche innovative, più attraenti e
significative per le popolazioni urbane. Gli ambienti rurali, a causa
dell’influsso dei mezzi di comunicazione di massa, non sono estranei a
queste trasformazioni culturali che operano anche mutamenti
significativi nei loro modi di vivere»[48].
55. Si tratta,
pertanto, di pensare la questione della trasmissione della fede nel
contesto di quella cultura inedita che oggi si espande dal cuore delle
città verso le periferie e lambisce pure gli ambienti rurali. Si tratta
di una cultura pervasiva e profondamente influente, come rilevano i
Vescovi degli Stati Uniti d’America: oggi i fedeli «tendono a essere più
assorbiti dalla cultura che dalla fede. La cultura, attraverso i social media e il discorso pubblico, plasma il
modo di pensare dei cattolici [...] più di quanto non facciano la fede, la
tradizione e la devozione»[49]. Lo
stesso fenomeno si registra in molti altri contesti, soprattutto in
quelli maggiormente segnati dalla cultura occidentale e da uno stile di
vita urbano. Come denunciano i Vescovi della Romania, la rapida
secolarizzazione di tali società fa sì che «la mancanza di pratica
religiosa non è più percepita socialmente come un’assenza da
giustificare»[50]. Per i Paesi di antica evangelizzazione, quindi, si può ormai parlare di
società post-cristiane.
56. La linea di
tendenza di questa cultura inedita sembra consistere nell’esaltazione
della “sovranità dell’io”, che pretende di sentirsi autonomo e libero di
gestire ogni aspetto della propria esistenza, assoggettando alle proprie
esigenze gli altri esseri umani e la stessa realtà che lo circonda. Si
tratta della diffusione di un individualismo sempre più accentuato, che
genera separazione, divisione, invidia, gelosia, prevaricazione,
narcisismo, egolatria. Vengono qui alla mente le parole forti
dell’enciclica
Fratelli tutti: «L’individualismo non ci rende più
liberi, più uguali, più fratelli. La mera somma degli interessi
individuali non è in grado di generare un mondo migliore per tutta
l’umanità. Neppure può preservarci da tanti mali che diventano sempre
più globali. Ma l’individualismo radicale è il virus più difficile da
sconfiggere. Inganna. Ci fa credere che tutto consiste nel dare briglia
sciolta alle proprie ambizioni, come se accumulando ambizioni e
sicurezze individuali potessimo costruire il bene comune»[51].
57. Questo
individualismo diffuso è forse uno degli effetti più evidenti di quel
lungo processo di secolarizzazione che ha investito la coscienza umana
contemporanea, in particolare nei contesti occidentali, privandola del
respiro e dell’orizzonte della trascendenza. Come afferma
Evangeli
gaudium, «Il processo di secolarizzazione tende a ridurre la fede e
la Chiesa all’ambito privato e intimo. Inoltre, con la negazione di ogni
trascendenza, ha prodotto una crescente deformazione etica, un
indebolimento del senso del peccato personale e sociale e un progressivo
aumento del relativismo, che danno luogo ad un disorientamento
generalizzato, specialmente nella fase dell’adolescenza e della
giovinezza, tanto vulnerabile dai cambiamenti»[52].
58. Tutto ciò
ha naturalmente delle ricadute sul processo di trasmissione della fede.
Tra i fenomeni segnalati dai Vescovi, oltre alle già menzionate
difficoltà riguardanti la famiglia, vi è la sostanziale separazione tra
individuo e comunità, come osservato dai Vescovi spagnoli: «L’individuo e la famiglia subiscono le conseguenze della crisi culturale e
sociale che accompagna tale processo e, a loro volta, ne diventano la causa, a
motivo dell’indebolimento della trasmissione della fede e della conseguente
frattura dei legami indispensabili per la vita in società»[53]. Ciò significa che il singolo fatica a inserirsi in una tradizione che lo
precede, in un “noi” che dà forma non solo al suo pensare e al suo sentire, ma
anche al suo credere. Ne consegue che soprattutto i più giovani restano in balia
delle mode del momento, come osservano i Vescovi del Brasile: «La progressiva
perdita del senso di appartenenza alla Chiesa, unita alla diffusione di forme
soggettive di religiosità, ha indebolito i tradizionali processi di iniziazione
cristiana. In questo contesto, non si può più dare per scontato che il battesimo
porti automaticamente a una fede matura e integrata nella vita della comunità»[54]. Come conseguenza, in tali contesti la fede è percepita soprattutto come un
fatto privato, come sottolineano i Vescovi austriaci: «La religione viene sempre
più privatizzata nella nostra società, con la tendenza a respingerla dallo spazio pubblico. [...] Non è possibile,
per così dire, seppellire l’esperienza cristiana nel cuore senza che questo
abbia effetti sulla realtà del mondo e della società»[55]. Tutto ciò è ulteriormente aggravato in quei Paesi, come la Francia e il
Canada, nei quali il laicismo trova espressione anche sul piano legislativo,
limitando la libertà di manifestare la propria fede nei luoghi pubblici.
Le tecnologie digitali
59. Uno dei
segni più evidenti del cambiamento d’epoca che stiamo vivendo è
sicuramente il diffondersi delle tecnologie digitali. Queste ultime,
come osserva Papa Leone XIV in
Magnifica humanitas, hanno portato
all’affermarsi di una «situazione nuova, in cui la potenza e la
pervasività delle tecnologie emergenti si innestano nella trama della
quotidianità, plasmano i processi decisionali e incidono in profondità
sull’immaginario collettivo»[56].
In particolare, prosegue il documento, «la pervasività dei media
digitali genera una cultura dell’immediatezza e dell’iperstimolazione,
che alimenta stanchezza, noia e apatia di fronte alla fatica necessaria
per cercare la verità»[57].
Come annotava già il Sinodo sulla sinodalità nella Relazione di
Sintesi della prima Sessione del 2023, «la cultura digitale
rappresenta un cambiamento fondamentale nel modo in cui concepiamo la
realtà e ci relazioniamo con noi stessi, tra di noi, con l’ambiente che
ci circonda e anche con Dio»[58].
Soprattutto nelle nuove generazioni, tale cultura si caratterizza non
solo, come spesso si sottolinea, per un più ampio accesso alla
conoscenza, ma anche per un mutamento delle stesse categorie di pensiero
e, in ultima analisi, del modo di relazionarsi con la realtà. Se,
inoltre, consideriamo gli scenari aperti dall’irrompere
dell’intelligenza artificiale, si profila il rischio sempre più
concreto, come ha ricordato il Santo Padre, che una tale cultura porti a
«modificare radicalmente alcuni dei pilastri fondamentali della civiltà
umana, che a volte diamo per scontati. Simulando voci e volti umani,
sapienza e conoscenza, consapevolezza e responsabilità, empatia e
amicizia, i sistemi conosciuti come intelligenza artificiale non solo
interferiscono negli ecosistemi informativi, ma invadono anche il
livello più profondo della comunicazione, quello del rapporto tra
persone umane. La sfida pertanto non è tecnologica, ma antropologica»[59].
Ciò ha rilevanti conseguenze per l’inculturazione della fede.
60. Il
diffondersi delle tecnologie digitali e l’avanzamento dell’intelligenza
artificiale, com’è naturale, interessano anche la fede e la religione.
Se, da una parte, nel mondo digitale non mancano le occasioni per
condividere testimonianze di vita ed esperienze spirituali, oltre a
consentire una più ampia diffusione dei contenuti della catechesi
rispetto ai mezzi disponibili in passato, le nuove tecnologie offrono
senza dubbio possibilità inedite di evangelizzazione. Dall’altra,
tuttavia, in alcuni contesti la proposta di fede rischia di essere
disincarnata, disancorata dalla vita concreta o legata a ideologie
promosse da minoranze rumorose. Ciò può portare a deformazioni della
fede stessa o della coscienza, oppure indurre le persone a costruirsi
una cosiddetta fede “fai-da-te”, modellata sui propri gusti e sulle
proprie preferenze, anziché sull’insegnamento della Chiesa.
61. Inoltre, è
stato osservato che la cultura digitale tende a riplasmare alcune
fondamentali categorie di pensiero quali lo spazio, il tempo e
l’autorità, che costituiscono elementi essenziali del concetto stesso di
tradizione. Pertanto, cambiando il modo di concepire quest’ultima, la
trasmissione della fede non può che esserne trasformata fin dalle sue
basi. Riguardo allo spazio, come già accennato, si attenuerebbe, pur
senza venir meno, il senso di appartenenza a un contesto locale e
concreto, poiché le persone sono al tempo stesso inserite in una rete
globale, nella quale le distanze fisiche appaiono relativizzate, se non
addirittura superate. In merito al tempo, cambierebbe invece il
significato stesso di memoria: il fatto che tutti i contenuti caricati
in rete permangano indefinitamente, insieme alla rapidità che
caratterizza gli scambi tra le persone, contribuisce a far perdere un
genuino senso della storia e del passato, poiché tutto viene appiattito
in una sorta di eterno presente. Ciò rende gli utenti della rete
particolarmente sensibili alle mode del momento.
62. In
riferimento all’autorità, occorre fare ben attenzione al monito di Papa
Leone XIV nella sua prima Enciclica
Magnifica humanitas:
«Strumenti che potrebbero favorire il confronto e la partecipazione
vengono spesso impiegati per costruire narrazioni distorte e confondere
i confini tra vero e falso, mescolando dati e opinioni. La
disinformazione non nasce con l’IA, ma trova oggi in essa un
moltiplicatore potente. La possibilità di manipolare contenuti, immagini
e filmati espone i cittadini a prospettive parziali o fuorvianti. Il
problema riguarda la dimensione culturale e morale, poiché la qualità
della comunicazione pubblica dipende direttamente dalla fiducia sociale
e incide su di essa. Un’informazione veritiera, infatti, non nasce da un
controllo centralizzato o automatizzato. Nel discorso pubblico, la
verità dei fatti possiede una dimensione razionale, poiché richiede
verifica, riscontro delle fonti e responsabilità argomentativa; ma è
ancor più relazionale: si costruisce attraverso legami di fiducia e
pratiche condivise, in un confronto onesto con gli altri e con il mondo»[60].
Pertanto, l’accesso generalizzato a molteplici fonti di conoscenza e, al
contempo, la presenza di un gran numero di voci poste tutte sullo stesso
piano, il cui unico discrimine è costituito dall’efficacia comunicativa,
pongono in seria crisi la credibilità delle istituzioni tradizionali,
poiché per molti non risulta più chiaro chi sia davvero in grado di
offrire una parola autorevole sulle questioni fondamentali della vita
umana.
Nuove frontiere dell’evangelizzazione
63. Uno sguardo
realista a tale situazione non deve, però, condurre a disperare per il
futuro della Chiesa. Tra le opportunità che lo Spirito Santo offre
nell’attuale contesto del cambiamento d’epoca, vi è infatti quella di
un’adesione alla fede più consapevole e convinta, come sostengono i
Vescovi belgi: si tratta di «un’occasione positiva per permettere alle persone di
scegliere consapevolmente di approfondire la propria fede»[61]. Un simile atteggiamento si riscontra anche in un contesto geograficamente
lontano, quale quello del Cile, i cui Vescovi osservano che «la fede non può più
essere presupposta come un’eredità culturale stabile, né come adesione
spontanea a un universo simbolico condiviso. Piuttosto, sembra essere
una proposta che deve essere accolta con libertà, accompagnata nei vari
percorsi e comprovata a livello esistenziale»[62].
Inoltre, è doveroso non dimenticare un fenomeno che sta interessando le
zone più secolarizzate dell’Europa e dell’America, cioè il numero
crescente di conversioni e ritorni alla Chiesa, soprattutto da parte di
giovani e giovani adulti. Particolarmente rilevante è il caso della
Francia, dove, a fronte di un calo generale dei battesimi in età
infantile e della pratica religiosa, si registra una crescita
eccezionale e costante delle richieste di ricevere il sacramento del
Battesimo da parte di giovani e adulti. Dai risultati di un’indagine
svolta per conto della Conferenza Episcopale Francese, risulta che,
rispetto all’anno precedente, il numero di adulti che hanno ricevuto il
Battesimo nel 2026 è cresciuto del 28%, tanto che esso risulta più che
triplicato rispetto al dato del 2016. Come già accennato, tale fenomeno
riguarda soprattutto le nuove generazioni: la grande maggioranza ha meno
di 40 anni e, di questi, circa la metà si colloca nella fascia tra i 18
e i 25 anni. Secondo le testimonianze raccolte, tra le motivazioni che
spingono a chiedere il sacramento vi sono l’incontro con la fede a
seguito di un momento di crisi (ad es. un lutto o una malattia), l’aver
vissuto esperienze spirituali e di bellezza, oppure il contatto con
altri credenti, sia a livello personale che nelle reti social[63].
64. A livello
statistico generale, tale fenomeno interessa ancora percentuali
relativamente limitate rispetto alla popolazione totale; tuttavia, ciò
non toglie che si tratti comunque di eventi non trascurabili e sempre
motivo di gioia. Occorre però rilevare che uno sguardo più ampio sulla
situazione suggerisce di adottare un atteggiamento prudente nel valutare
questa realtà. Infatti, se da un lato, si registra un effettivo
incremento nella richiesta dei Sacramenti dell’iniziazione cristiana in
tali zone altamente secolarizzate, dall’altro si riscontra una parallela
difficoltà nella perseveranza dei neofiti, che spesso, dopo un breve
periodo dalla ricezione del Battesimo, ritornano a uno stato di
indifferenza pratica. Per questa ragione, pur essendo opportuno evitare
atteggiamenti trionfalistici a riguardo, non si può negare che tali
fenomeni costituiscano segni concreti di speranza e di vitalità
evangelica. Allo stesso tempo, la situazione descritta invita a
riscoprire l’importanza della comunità nell’accoglienza e
nell’accompagnamento dei nuovi fedeli.
65. Si può
constatare come, in questi casi, l’annuncio evangelico, realizzato nelle
modalità più varie – dal passaparola all’invito a un pellegrinaggio,
fino a un’attiva presenza sui nuovi mezzi di comunicazione – permetta di
accogliere un’autentica ricerca di senso che rinasce in mezzo
all’asfissia dell’immanenza. Una tale ricerca può presentarsi sotto
molte forme, che non vanno disprezzate: la ricerca di una maggior
ampiezza del cuore, il bisogno di pace e di armonia con il mondo, il
desiderio di consolazione e di guarigione, le esperienze di rottura e di
scontro che spingono a ricominciare, nuove forme di bellezza, un certo
recupero dell’antico e delle tradizioni, oltre a molti altri esempi che
potrebbero essere moltiplicati. Si tratta di realtà alle quali bisogna
guardare con gratitudine, riconoscendo in esse l’opera dello Spirito
Santo, che continua ad agire nei cuori delle persone.
66. Si
ripropone, quindi, sostanzialmente la necessità di trasmettere la fede a
partire dal kerygma. Ciò vale tanto nei Paesi secolarizzati di
antica tradizione cristiana, quanto in quelli nei quali la Chiesa si
caratterizza generalmente come minoranza, ad esempio in Asia. Anche
molti Paesi asiatici, infatti, sono toccati dalla secolarizzazione e
dall’individualismo, soprattutto nelle regioni interessate da una rapida
crescita economica. Tuttavia, l’impatto di tali influenze culturali
sulle comunità dei fedeli è diverso da quello che si riscontra nelle
società di tradizione cristiana. Proprio il fatto di essere spesso
minoritarie a livello sociale (con alcune rilevanti eccezioni, come le
Filippine e Timor Est) ha portato le Chiese in Asia a svilupparsi come
comunità ben definite a livello sociologico; ciò ha favorito il
consolidamento di una forte identità, che ha permesso loro di
attraversare la storia nonostante contesti talvolta ostili o segnati da
vere e proprie persecuzioni. Nell’attuale situazione di cambiamento
d’epoca, questo fatto presenta, dal punto di vista della trasmissione
della fede, un duplice ordine di conseguenze: da un lato, le comunità
cristiane non sono impermeabili alla diffusa cultura secolarizzata
descritta sopra, che provoca quindi un’erosione della pratica religiosa
soprattutto nelle nuove generazioni; dall’altro, esse sono chiamate a
superare un’adesione al cristianesimo fondata sulla semplice inerzia
dell’appartenenza sociale[64],
affinché diventi una scelta personale e consapevole, capace di orientare
le proprie scelte di vita. Questo vale in modo particolare per regioni
che si distinguono per la presenza di culture antichissime, come l’India
o la Cina, nelle quali lo sforzo di incarnare l’annuncio evangelico
nella vita delle persone deve confrontarsi con il modo particolare in
cui una determinata cultura si relaziona ad ambiti quali la verità, il
bene e la bellezza. A ciò si aggiunge la necessità di ripensare il modo
stesso di annunciare il Vangelo, privilegiando forme narrative rispetto
alla semplice trasmissione di concetti astratti. Tale sforzo è
imprescindibile per preparare il terreno del cuore in ogni essere umano
(cf. Mt 13,3-8) all’incontro autentico con la Buona Novella.
67. Nonostante
la varietà delle situazioni che caratterizzano questo vasto continente,
anche l’Africa si confronta con il problema della secolarizzazione e
dell’individualismo di matrice occidentale, che interessano soprattutto
i contesti urbani e le nuove generazioni. Nelle Chiese africane,
tuttavia, la risposta a tali influenze culturali sulla trasmissione
della fede si inserisce nel quadro di due sfide altrettanto impegnative,
alle quali si è già fatto riferimento: l’inculturazione del Vangelo
nelle culture locali e la “concorrenza” del proselitismo da parte di
altre religioni. L’importanza del primo aspetto è testimoniata dai
Vescovi della Nigeria: «La presenza significativa di clero autoctono ha
facilitato la trasmissione della fede all’interno delle culture locali,
poiché essi fungono da modelli di riferimento con cui è possibile
identificarsi e da guide spirituali, colmando efficacemente il divario
tra i valori tradizionali nigeriani e gli insegnamenti cattolici»[65].
Un’altra iniziativa preziosa sono le «Piccole Comunità Cristiane» (Small
Christian Communities), le quali, come riportato dai Vescovi della
Tanzania, «operano come unità primarie per la preghiera, la catechesi e
la vita comunitaria. La fede è spesso trasmessa attraverso un approccio
che vede la comunità come una famiglia»[66].
68. Come già
accennato, la trasmissione della fede in Africa (ma anche in altri
luoghi) soffre a causa dell’attività antagonista di gruppi religiosi che
propongono un “Vangelo della prosperità”, facendo leva su bisogni
materiali immediati. In regioni come la Costa d’Avorio, ad esempio, si
assiste, da un lato, alla ricerca di movimenti che assicurino benessere
e felicità, mentre, dall’altro, si registra il ritorno di molti
battezzati alle pratiche tradizionali ed esoteriche[67].
69. Occorre
riconoscere che, spesso, l’attrattiva di una simile proposta deriva da
alcune oggettive carenze nelle modalità di annuncio del Vangelo, che non
sempre riescono a tenere conto in modo adeguato dei bisogni effettivi e
concreti delle famiglie. Questo comporta che le comunità cristiane sono
chiamate a cercare modi sani di presentare il Vangelo come risposta
efficace anche alle esigenze più tangibili, sull’esempio di Gesù che
percorreva la terra d’Israele «beneficando e risanando tutti» (At
10,38), mostrando così di saper rispondere non solo alle domande ultime,
ma anche a quelle “penultime”. Infatti, non sempre tali desideri hanno
una matrice egoistica (ad esempio, la preoccupazione per il benessere
dei figli, la cura della salute, il desiderio di guarire i legami
famigliari, ecc). Scoprire che la Chiesa può offrire un aiuto spirituale
concreto di fronte a queste preoccupazioni, predispone il cuore a
ricevere l’annuncio kerygmatico con rinnovato vigore.
70. In altri
contesti africani, invece, come la Repubblica Democratica del Congo,
oltre alle pressioni esercitate da gruppi fondamentalisti, le comunità
cristiane subiscono anche la minaccia di un’aggressiva espansione di
formazioni islamiste[68].
Tutti questi fattori esercitano la loro influenza su molti fedeli che
non hanno ricevuto una solida formazione nella fede oppure non hanno
vissuto in prima persona l’effetto trasformante del kerygma nella
loro vita.
71. Non
possiamo, infine, tacere il fatto che in molte parti del mondo i
credenti in Gesù sono ancora vittime di vere e proprie persecuzioni da
parte di gruppi religiosi estremisti. Al riguardo, è urgente ribadire
che ogni forma di violenza esercitata in ragione del credo professato è
un’inammissibile violazione della dignità umana, poiché «chi usa il nome
di Dio per legittimare terrorismo, violenza o guerra ne tradisce il
volto: combattere in nome della religione significa, in realtà, colpire
la religione stessa»[69].
Si tratta di perversioni del messaggio religioso che devono essere
apertamente denunciate e che ogni autorità politica è chiamata a
reprimere senza esitazione.
Capitolo IV
La centralità del kerygma
72. Di fronte
alla situazione sopra descritta, appare del tutto naturale che per i
credenti si tratti di ripartire da una grande stagione di annuncio del
Vangelo, dando finalmente seguito a quanto chiedeva
Papa Francesco in
Evangelii gaudium a proposito dell’urgenza dell’intera Chiesa di
dare vita ad una nuova tappa evangelizzatrice. Tale invito è stato
rilanciato da Papa Leone XIV, il quale riconosce la necessità di «una
missione cristocentrica e kerigmatica, che nasce da un incontro con
Cristo capace di trasformare la vita e che si diffonde per attrazione
più che per conquista. È una missione integrale, che tiene insieme
annuncio esplicito, testimonianza, impegno e dialogo, senza cedere alla
tentazione del proselitismo né a una logica di semplice conservazione o
espansione istituzionale»[70].
Non lo facciamo innanzitutto per rispondere a una nuova sfida epocale,
ma per fedeltà alla stessa identità cristiana, che non può non includere
il dono di sé nella trasmissione della luce di Cristo. In vista di tutto
ciò, è opportuno riflettere sul tema dell’annuncio del kerygma e
di come esso riorienti la vita e la missione della Chiesa.
73. La
rivelazione divina, come insegna il
Concilio Vaticano II, non è una
semplice trasmissione di verità dottrinali né una “istruzione” di Dio
all’umanità, ma un dialogo di alleanza: «Dio invisibile nel suo grande
amore parla agli uomini come ad amici e si intrattiene con essi, per
invitarli e ammetterli alla comunione con sé»[71].
Questo fa sì che il kerygma, l’annuncio fondamentale della fede,
richieda in chi lo accoglie una risposta che non si limita al
livello intellettuale, ma coinvolge l’intera esistenza nell’accogliere
l’appello che Dio fa alla persona a condividere la Sua stessa vita.
Proprio perché non confinato al solo ambito conoscitivo, ma dotato, per
così dire, di una portata esistenziale (cf. Gv 17,3), tale
risposta è per sua natura un evento di salvezza: «se con la tua
bocca proclamerai: “Gesù è il Signore!”, e con il tuo cuore crederai che
Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo» (Rm 10,9).
74. La verità
evangelica, dunque, è salvifica, è viva, anzi, è una persona: Cristo
stesso (cf. Gv 14,6). Ciò si riflette nella struttura dell’atto
di fede, il quale si caratterizza, al medesimo tempo, per «l’abbandono
tutt’intero»[72] a Cristo
del singolo essere umano illuminato dalla sua grazia (fides qua),
e per le “cose credute” (fides quae), che esplicitano il
contenuto di tale atto di abbandono[73].
La correttezza dell’esposizione della fede e la ricerca umana di senso,
mai compiutamente esaurita (cf. 1Cor 15,28), si coappartengono.
Suscitare un’esperienza di fede
75. Al
riguardo, pertanto, vale ancora ciò che possiamo leggere in
Evangelii gaudium: «Nella catechesi ha un ruolo fondamentale il primo annuncio
o “kerygma”, che deve occupare il centro dell’attività evangelizzatrice
e di ogni intento di rinnovamento ecclesiale. Il kerygma è trinitario. È
il fuoco dello Spirito che si dona sotto forma di lingue e ci fa credere
in Gesù Cristo, che con la sua morte e resurrezione ci rivela e ci
comunica l’infinita misericordia del Padre. Sulla bocca del catechista
torna sempre a risuonare il primo annuncio: “Gesù Cristo ti ama, ha dato
la sua vita per salvarti, e adesso è vivo al tuo fianco ogni giorno, per
illuminarti, per rafforzarti, per liberarti”. Quando diciamo che questo
annuncio è “il primo”, ciò non significa che sta all’inizio e dopo si
dimentica o si sostituisce con altri contenuti che lo superano. È il
primo in senso qualitativo, perché è l’annuncio principale, quello che
si deve sempre tornare ad ascoltare in modi diversi e che si deve sempre
tornare ad annunciare durante la catechesi in una forma o nell’altra, in
tutte le sue tappe e i suoi momenti»[74].
76. La prima
considerazione che ci suggeriscono le parole appena ascoltate è che
l’annuncio della verità fondante e fondamentale del cristianesimo –
Gesù Cristo vivo ti ama e ha dato la sua vita per salvarti – deve
svolgersi in modo tale da provocare un’esperienza di fede, capace
di aprire un processo di formazione della propria identità cristiana. Si
delinea così un triplice passaggio che deve contraddistinguere una
trasmissione della fede ricentrata sul kerygma: innanzitutto
l’annuncio centrale della presenza e dell’amore del Cristo Risorto;
l’esperienza interiore della sua presenza e del suo amore, suscitata da
quell’annuncio; infine, l’avvio di un cammino di conoscenza e di amore
di Cristo, reso possibile dall’accoglienza dell’annuncio da parte di chi
lo riceve con cuore libero e sincero.
77. Non si
tratta, dunque, di una pura trasmissione di contenuti, per quanto
importanti, pur riguardando la salvezza di ciascun essere umano. Deve
essere un annuncio “performante”, capace di toccare realmente il cuore
di coloro che lo ricevono e di spingere i loro passi incontro al cuore
del Signore Gesù, dove è possibile contemplare ed entrare in contatto
con quel fuoco d’amore che egli è venuto a gettare sulla terra (cf.
Lc 12,49). L’annuncio del kerygma deve infiammare i
cuori di coloro ai quali è rivolto, secondo il modello sublime che lo
stesso Gesù attua nei confronti dei discepoli di Emmaus: «Ed essi si dissero l’un l’altro: “Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre
conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?”» (Lc
24,32).
78. Il legame
tra kerygma e catechesi, nel contesto del cambiamento d’epoca, è
molto stretto, al punto che la seconda «non si può sempre distinguere
dal primo annuncio», per cui essa «è chiamata ad essere innanzitutto un
annuncio della fede»[75].
Proprio a questo riguardo può essere utile richiamare una situazione
ormai frequente. Come si è già osservato, accade sempre più spesso che i
genitori cristiani non riescano più a trasmettere la fede ai propri
figli; eppure, il solo fatto di chiedere il Battesimo per i propri
bambini oppure di accompagnarli alla catechesi manifesta già una certa
presenza della fede e una testimonianza fragile, ma vera, che non vanno
disprezzate. In questi casi, è persino possibile che i bambini o gli
adolescenti che arrivano alla catechesi non abbiano ancora ricevuto un
esplicito primo annuncio del Vangelo. Proprio per questo, la catechesi
diventa il luogo nel quale questo annuncio può essere nuovamente
proposto, confermando la necessità di un profondo rinnovamento
kerygmatico della catechesi stessa, poiché essa, non di rado, non riesce
a provocare una intensa esperienza di incontro con Cristo, che possa
durare nel tempo[76].
79. D’altra
parte, è un dato di fatto che l’elevato numero di bambini e adolescenti
che si allontanano dalla Chiesa e dai Sacramenti immediatamente dopo
aver ultimato il percorso di iniziazione cristiana o quello nella scuola
cattolica indica che la catechesi fatichi ancora a trovare i cammini più
adeguati per motivare un solido e duraturo incontro personale con
Cristo.
La questione del linguaggio
80. Nel
contesto del cambiamento d’epoca, la vera sfida per la Chiesa è che la
parola del Vangelo sia assunta «come criterio vivente per orientare
scelte concrete, ispirare percorsi di conversione personale e
comunitaria, promuovere riforme delle strutture e sostenere forme nuove
di testimonianza evangelica nella vita pubblica»[77].
In questo senso, facendo tesoro dei numerosi documenti e sussidi che il
Dicastero per l’Evangelizzazione ha predisposto[78],
appare oggi quanto mai urgente analizzare con sguardo sapienziale i modi
correnti di organizzare la catechesi, affinché la trasmissione della
fede non resti confinata in linguaggi che possono essere etichettati
come “scolastici”, “dogmatici” o “moralistici”. Troppo spesso, infatti,
una comunicazione ripetitiva e autoreferenziale del messaggio evangelico
rischia di non parlare al cuore dei fedeli. Per questo, il linguaggio
della fede non deve limitarsi a una fredda esposizione di concetti; deve
certamente possedere quella chiarezza che facilita la comprensione, ma
soprattutto deve caratterizzarsi come un appello del cuore, ricordando
che «il Signore ci salva parlando al nostro cuore dal suo Sacro Cuore»[79]
e che «il programma del cristiano [...] è “un cuore che vede”»[80].
Solo così esso sarà un linguaggio che farà davvero accadere qualcosa
nella vita delle persone, perché sarà espressione della voce stessa del
Signore, l’unico che può toccare davvero il cuore delle persone: «Parla
nel mio cuore con verità. Tu solo sai farlo»[81].
81. In sintesi,
affinché la trasmissione della fede sia realmente efficace, essa deve
configurarsi come una relazione interpersonale coinvolgente. A tal fine,
«va privilegiato il linguaggio della vicinanza, il linguaggio dell’amore
disinteressato, relazionale ed esistenziale che tocca il cuore,
raggiunge la vita, risveglia speranza e desideri»[82].
Una simile comunicazione non pretende di parlare per prima, ma nasce
anzitutto dall’ascolto, rendendo possibile un reale scambio di doni tra
chi annuncia e chi accoglie l’annuncio, facilitando così l’incontro con
Cristo che cammina con noi.
82. Ciò
significa che la trasmissione della fede può compiersi laddove il
linguaggio si fa testimonianza, divenendo esso stesso un evento dello
Spirito. Come disse sant’Alberto Hurtado, citato nell’Esortazione
apostolica
Christus vivit: «Essere apostolo non consiste nel
portare una torcia in mano, nel possedere la luce, ma nell’essere la
luce [...]. Il Vangelo, [...] più che una lezione è un esempio. Il
messaggio trasformato in vita vissuta»[83].
In questo modo, la Chiesa potrà offrire anche oggi una parola che sia, a
un tempo, memoria e profezia, capace di far ardere nuovamente il cuore
dei discepoli lungo la via, accompagnati dal Maestro, consentendo alla
grazia di suscitare quell’adesione mistica alla fede[84],
riguardo alla quale restano insuperate le parole del profeta Geremia:
«nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, trattenuto nelle mie ossa;
mi sforzavo di contenerlo ma non potevo» (Ger 20,9).
La formazione cristiana
83. Da quanto
detto consegue che le comunità credenti sono fortemente chiamate a
promuovere, opportunamente e inopportunamente, un rinnovamento
dell’annuncio del kerygma. Del resto, sempre in
Evangeli
gaudium, si evidenziava un’altra cosa davvero importante al
riguardo: «Non si deve pensare che nella catechesi il kerygma venga
abbandonato a favore di una formazione che si presupporrebbe essere più
“solida”. Non c’è nulla di più solido, di più profondo, di più sicuro,
di più consistente e di più saggio di tale annuncio. Tutta la formazione
cristiana è prima di tutto l’approfondimento del kerygma che va
facendosi carne sempre più e sempre meglio, che mai smette di illuminare
l’impegno catechistico, e che permette di comprendere adeguatamente il
significato di qualunque tema che si sviluppa nella catechesi. È
l’annuncio che risponde all’anelito d’infinito che c’è in ogni cuore
umano. La centralità del kerygma richiede alcune caratteristiche
dell’annuncio che oggi sono necessarie in ogni luogo: che esprima
l’amore salvifico di Dio previo all’obbligazione morale e religiosa, che
non imponga la verità e che faccia appello alla libertà, che possieda
qualche nota di gioia, stimolo, vitalità, ed un’armoniosa completezza
che non riduca la predicazione a poche dottrine a volte più filosofiche
che evangeliche»[85].
84. Ritorna qui
il grande insegnamento del
Concilio Vaticano II a proposito della
gerarchia delle verità tra i misteri cristiani. Si legge, infatti, al
numero 11 di
Unitatis redintegratio che «nel dialogo ecumenico i
teologi cattolici, fedeli alla dottrina della Chiesa, nell’investigare
con i fratelli separati i divini misteri devono procedere con amore
della verità, con carità e umiltà. Nel mettere a confronto le dottrine
si ricordino che esiste un ordine o “gerarchia” nelle verità della
dottrina cattolica, in ragione del loro rapporto differente col
fondamento della fede cristiana»[86].
Tale prospettiva è stata allargata da
Evangelii gaudium all’ambito dell’annuncio del Vangelo, della teologia e della proposta
morale[87]. Per questa
ragione, nel cambiamento d’epoca che ci è dato vivere, non appare
opportuno, nell’ambito della comunicazione della fede alle nuove
generazioni, ai catecumeni adulti e ai cosiddetti “ricomincianti”,
disperdersi in tanti ambiti della dottrina cattolica, pur importanti,
perdendo di vista ciò che in essa vi è «di più solido, di più profondo,
di più sicuro, di più consistente»[88]:
l’amore di Dio che è come una fiamma capace di ridonare vita, gioia,
speranza, fiducia ad ogni esistenza umana. A questa fiamma, grazie
all’azione dello Spirito, si accede mediante l’incontro – con fede e
nella fede – con il Signore Gesù.
85. È proprio
annunciando il kerygma in modo rinnovato e rinnovante,
appassionato e appassionante, che la comunità credente potrà onorare il
compito di trasmettere, di generazione in generazione la luce che Gesù è
venuto a portare sulla terra.
86. In
concreto, affinché possa davvero suscitare un’esperienza di fede,
l’annuncio del kerygma dovrà assumere uno stile, un linguaggio e
un tono capaci di raggiungere le persone là dove si trovano, con i loro
desideri e i loro sogni, con le loro fatiche e i loro travagli. Dovrà,
dunque, essere capace di presentare la bella notizia dell’amore e della
misericordia di Dio in modo tale che coloro che la ricevano possano
efficacemente intendere che è proprio a loro che quell’amore e quella
misericordia sono rivolte. È questo lo stile che contraddistingue le
parabole del Signore Gesù, le quali ancora oggi afferrano i cuori di chi
le ascolta.
Capitolo V
La trasmissione della fede nelle comunità
87. A partire
da questa considerazione generale sulla centralità del kerygma,
possono essere svolte alcune osservazioni più specifiche. La prima, e
più essenziale, riguarda la qualità della vita comunitaria dei
discepoli del Signore. Essa deve rendere trasparente un amore sincero
tra i fratelli, un farsi carico gli uni degli altri, una generosa
disponibilità verso tutti, in particolare verso i più svantaggiati, un
clima di gioia e di festa e, infine, quel vivere con un cuor solo e
un’anima sola (cf. At 4,32), proprio di una comunità accogliente
e ospitale, capace, anche in questo tempo di cambiamento d’epoca,
di suscitare l’attenzione di chiunque e di attrarlo verso l’esperienza
della fede cristiana. In un mondo sempre più frammentato, nel quale gli
unici legami tra gli esseri umani ad avere cittadinanza sembrano essere
quelli mediati dalle infrastrutture digitali, appare sempre più evidente
in molte persone un bisogno e un desiderio di appartenenza. Non bastiamo
a noi stessi e i social non colmano il nostro originario
carattere di “animali sociali”. Come credenti, non possiamo non tenere
il cuore e le porte aperte a queste nuove situazioni delle persone. Del
resto, la prima forma di evangelizzazione avviene sempre “da persona a
persona”[89].
88. In questa
direzione, appare assolutamente urgente, soprattutto nei Paesi di antica
evangelizzazione, insistere sull’importanza di promuovere, in ogni
comunità ecclesiale, gruppi di ascolto, di meditazione, di condivisione
e di preghiera della Parola, alla cui convocazione siano dedicati tempi
specifici e stabiliti, che si affiancano alla celebrazione
dell’Eucaristia domenicale. Siano di impulso le parole di
Papa Francesco: «La frequentazione costante della Sacra Scrittura e la
celebrazione dell’Eucaristia rendono possibile il riconoscimento fra
persone che si appartengono. Come cristiani siamo un solo popolo che
cammina nella storia, forte della presenza del Signore in mezzo a noi
che ci parla e ci nutre. […] abbiamo urgente necessità di diventare
familiari e intimi della Sacra Scrittura e del Risorto, che non cessa di
spezzare la Parola e il Pane nella comunità dei credenti. Per questo
abbiamo bisogno di entrare in confidenza costante con la Sacra
Scrittura, altrimenti il cuore resta freddo e gli occhi rimangono
chiusi, colpiti come siamo da innumerevoli forme di cecità»[90].
Al fine di facilitare una tale confidenza dei credenti con la Sacra
Scrittura, in questi gruppi biblici, potranno essere agevolmente
adottate l’antica pratica della lectio divina e le moderne
metodologie narrative.
89. Malgrado
tutti i cambiamenti epocali, i principali canali della trasmissione
della fede continuano a essere gli incontri “persona a persona”. Perciò,
tra gli ambiti nei quali la fede viene trasmessa assume particolare
rilievo l’amicizia, come testimoniano anche i più recenti casi di
conversione. La tradizione della Chiesa ha sempre riconosciuto il valore
educativo delle genuine relazioni fraterne[91],
come non ha mancato di evidenziare anche il Magistero recente,
soprattutto in riferimento al cammino di fede delle giovani generazioni,
come affermato, ad esempio, da
Papa Francesco: «L’amicizia è un regalo
della vita e un dono di Dio. Attraverso gli amici, il Signore ci
purifica e ci fa maturare»[92].
L’amicizia, infatti, costituisce uno spazio privilegiato nel quale la
testimonianza personale, l’aiuto reciproco e la condivisione delle gioie
e delle fatiche della vita rendono possibile una condivisione della fede
capace di coinvolgere l’intera esistenza. Insieme alla famiglia, una
sana amicizia rappresenta il contesto per eccellenza di relazioni
autentiche e può ben dirsi anch’essa scuola di umanità[93],
dove i credenti possono accompagnarsi e sostenersi mutuamente nella
sequela di Cristo.
Liturgia
90. La seconda
considerazione legata alla riscoperta della centralità dell’annuncio del
kerygma riguarda la liturgia. Se il cuore dell’annuncio cristiano
è l’incontro con l’amore salvifico di Dio in Cristo, la liturgia
costituisce il luogo privilegiato nel quale questo mistero viene
celebrato e comunicato sacramentalmente. Proprio per questo essa occupa
un ruolo centrale nella trasmissione della fede, configurandosi come il
cuore pulsante della vita ecclesiale in cui la comunità si nutre della
Parola di Dio e del Pane di vita eterna. A questo proposito, occorre
superare una sua visione riduttiva che la consideri una semplice cornice
rituale alla vita ecclesiale. La liturgia, infatti, è innanzitutto
esperienza della fede, prima ancora che insegnamento, in quanto permette
al fedele di partecipare a gesti, parole, silenzi e simboli, facendo
esperienza viva del mistero di Cristo. Come si afferma in
Evangelii gaudium, «la Chiesa evangelizza e si evangelizza con la bellezza
della Liturgia»[94]:
proprio attraverso la sua forza simbolica e la sua capacità di
coinvolgere integralmente la persona, la liturgia diviene autentico
luogo di annuncio e di incontro con il Signore. Nell’azione liturgica, e
in particolare nell’Eucaristia, si è introdotti sempre più profondamente
nel mistero pasquale, mentre si rende visibile il carattere sacramentale
della Chiesa, chiamata ad essere segno dell’amore di Dio per l’umanità.
In questo evento sacramentale, l’incontro con il Risorto si fa gesto
condiviso e vitale che educa il credente non solo “informandolo”, ma
plasmandolo dall’interno affinché diventi partecipe del mistero
celebrato. Per questo, nella liturgia la fede è trasmessa in modo
performativo: non solo si parla di Dio, ma si entra in relazione con
Lui. La liturgia è memoria e tradizione viva, che genera e plasma
cristiani capaci di testimoniare la salvezza incontrata: partecipando
alla preghiera liturgica si entra, infatti, in una storia, in una
memoria condivisa che attraversa i secoli. Pertanto, celebrare significa
prima di tutto ricevere una fede che è stata creduta, vissuta e pregata
da altri prima di noi.
91. Tale
dinamica, inoltre, mette in luce la dimensione eminentemente comunitaria
della liturgia. La fede, infatti, non si trasmette solo attraverso
l’annuncio o l’insegnamento individuale, ma all’interno di un popolo che
celebra. Nella liturgia, il credente non è mai isolato, bensì è inserito
in un “noi” che lo precede, lo accompagna e lo supera. Questa dimensione
comunitaria costituisce un antidoto potente all’attrattiva di uno stile
di vita egoistico e individualistico, oggi così diffuso in molti
contesti, come si è già potuto vedere. Proprio perché esperienza
ecclesiale e popolare, la celebrazione della fede è strettamente
connessa ai processi di inculturazione, ossia allo sforzo di «comunicare
meglio la verità del Vangelo in un contesto determinato, senza
rinunciare alla verità, al bene e alla luce che può apportare quando la
perfezione non è possibile»[95].
Applicata alla liturgia, tale prospettiva richiede di custodire la
ricchezza della tradizione simbolica della Chiesa, rendendola al
contempo accessibile e significativa per gli uomini e le donne del
proprio tempo, in una salutare e feconda tensione tra fedeltà alla
tradizione e comprensibilità del messaggio celebrato.
92. Dal punto
di vista della trasmissione della fede, quindi, la liturgia riveste
un’importanza cruciale secondo l’antico adagio lex orandi, lex
credendi[96]. Ne
consegue che la celebrazione liturgica non può ridursi a una mera
esecuzione formale, ma deve essere un’azione in cui i segni parlano
realmente alla mente e al cuore dei fedeli, esprimendo in modo vivo e
concreto l’unica fede della Chiesa e rafforzando in ciascun credente la
consapevolezza di essere membro del Corpo di Cristo. Solo attraverso una
partecipazione pienamente consapevole, che presuppone un’adeguata
educazione al linguaggio liturgico, la fede può essere trasmessa non
come dottrina astratta, ma come vita nuova che si comunica “per
attrazione” nel quotidiano. Di questa efficacia della liturgia fu
testimone anche il giovane Agostino, che anni dopo quell’esperienza poté
scrivere: «Quante lacrime versate ascoltando gli accenti dei tuoi inni e
cantici, che risuonavano dolcemente nella tua chiesa! Una commozione
violenta: quegli accenti fluivano nelle mie orecchie e distillavano nel
mio cuore la verità, eccitandovi un caldo sentimento di pietà. Le
lacrime che scorrevano mi facevano bene»[97].
Attraverso la bellezza dei segni e la forza della Parola, quindi,
l’azione liturgica diviene così la fonte generativa della missione
ecclesiale, abilitando la comunità a rendere ragione della speranza che
la abita attraverso la credibilità di una vita trasfigurata dalla
grazia. Per questo motivo è necessaria una particolare cura delle
celebrazioni e un accompagnamento mistagogico delle nuove generazioni,
perché possano comprendere e vivere pienamente ciò che celebrano nella
liturgia.
93. Oltre a
ciò, la liturgia può essere vissuta in modi diversi. Esiste, infatti,
anche un modo proprio della pietà popolare di manifestare una
sensibilità liturgica, che si declina in forme differenti secondo le
diverse culture. Per comprendere questo fatto, si può citare un bel
racconto di Romano Guardini, dove narra del suo viaggio in Sicilia:
«Oggi ho visto qualcosa di grandioso: Monreale. […] Quando ci arrivammo
– era giovedì santo – la messa solenne era oltre la consacrazione. […]
Che dovrei dire dello splendore di questo luogo? […] La folla stava
seduta e guardava. […] Quasi nessuno leggeva. Tutti vivevano nello
sguardo, tutti erano protesi a contemplare. Allora mi divenne chiaro
qual è il fondamento di una vera pietà liturgica: la capacità di
cogliere il “santo” nell’immagine e nel suo dinamismo. Monreale, sabato
santo. […] Di tanto in tanto un raggio di sole penetrava nella volta, e
allora un sorriso aureo pervadeva lo spazio in alto. […] La cosa più
bella però era il popolo. […] La sacra cerimonia si protrasse per più di
quattro ore, eppure sempre ci fu una viva partecipazione. Ci sono modi
diversi di partecipazione orante. L’uno si realizza ascoltando,
parlando, gesticolando. L’altro invece si svolge guardando. Il primo è
buono, e noi nel Nord Europa non ne conosciamo altro. Ma abbiamo perso
qualcosa che a Monreale ancora c’era: la capacità di
vivere-nello-sguardo, di stare nella visione, di accogliere il sacro
dalla forma e dall’evento, contemplando»[98].
94.
Un’ulteriore particolare cura dovrà essere prestata per permettere, in
ogni diocesi, ai fedeli e a coloro che si avvicinano o riavvicinano alla
comunità credente di entrare in contatto con le varie sensibilità
liturgiche presenti nella tradizione della Chiesa cattolica. Nel
rispetto delle norme liturgiche vigenti, i Pastori sono chiamati a
valorizzare la ricchezza del patrimonio liturgico cattolico – si pensi,
ad esempio, alla varietà degli stili musicali che lo caratterizzano – in
modo tale da poter entrare in contatto con le diverse sensibilità dei
loro contemporanei. Un’attenzione specifica dovrà, inoltre, essere
dedicata all’accompagnamento benedicente delle fasi salienti della vita
umana. Soprattutto in Occidente, si assiste a una progressiva perdita
della memoria collettiva dei riti e delle pratiche rituali, a favore di
un individualismo molto radicale, ma questo non sopprime il bisogno
antropologico della ritualità a cui l’essere umano ha sempre saputo
rispondere in diversi modi. La comunità cristiana cresce e si edifica
attraverso le pratiche rituali, e il ricco patrimonio spirituale della
Chiesa rappresenta in questo senso una risorsa preziosa e inesauribile.
Il ruolo della testimonianza
95. La terza
essenziale considerazione riguarda la testimonianza dei credenti. Essa
si articola in tre dimensioni fondamentali: la testimonianza della
santità, quella della prossimità e quella dell’opzione preferenziale per
i poveri. In ogni epoca, chiunque abbia incontrato la testimonianza di
un cristiano esemplare è stato sempre stimolato a rintracciare il
segreto di quella vita così particolare e differente rispetto a quella
della maggior parte dei suoi simili. Un credente che vive sino in fondo
le esigenze del messaggio cristiano è di per sé un rinvio costante alla
luce vera del mondo che è Cristo Gesù. Come afferma
Papa Francesco,
davvero «la santità è il volto più bello della Chiesa»[99].
Basterebbe qui ricordare soltanto le figure di San Francesco di Assisi e
di
Santa Teresa di Calcutta. Occorre riconoscere, infatti, che nulla
come la santità dei suoi membri rende la Chiesa più credibile
nell’annuncio e nella trasmissione della fede. Per tale ragione, poi,
facendosi eco del messaggio sulla santità del
Concilio Vaticano II[100],
Papa Francesco ha voluto con insistenza ribadire che quella alla santità
è la chiamata ordinaria di ogni cristiano: «Per essere santi non
è necessario essere vescovi, sacerdoti, religiose o religiosi. Molte
volte abbiamo la tentazione di pensare che la santità sia riservata a
coloro che hanno la possibilità di mantenere le distanze dalle
occupazioni ordinarie, per dedicare molto tempo alla preghiera. Non è
così. Tutti siamo chiamati ad essere santi vivendo con amore e offrendo
ciascuno la propria testimonianza nelle occupazioni di ogni giorno, lì
dove si trova. Sei una consacrata o un consacrato? Sii santo vivendo con
gioia la tua donazione. Sei sposato? Sii santo amando e prendendoti cura
di tuo marito o di tua moglie, come Cristo ha fatto con la Chiesa. Sei
un lavoratore? Sii santo compiendo con onestà e competenza il tuo lavoro
al servizio dei fratelli. Sei genitore o nonna o nonno? Sii santo
insegnando con pazienza ai bambini a seguire Gesù. Hai autorità? Sii
santo lottando a favore del bene comune e rinunciando ai tuoi interessi
personali»[101].
96. Insieme
alla testimonianza della santità, i credenti sono chiamati ad offrire,
nella trama quotidiana della loro esistenza, la testimonianza di una
prossimità verso tutti. Si tratta di una prossimità costruita con i
mattoni dell’ospitalità, della gentilezza, dell’ascolto, della mitezza e
della tenerezza. Secondo l’antica parola dell’autore latino Terenzio – «Homo
sum, humani nil a me alienum puto»[102]
– per i credenti nulla di veramente umano dovrebbe risultare estraneo.
Ogni cristiano è chiamato ad aiutare le persone a rileggere la propria
storia all’interno della grande storia della salvezza, scoprendo che la
loro stessa vita è parte del racconto di Dio. Questa prossimità diventa
testimonianza quando viene esercitata nei confronti di persone che
vivono in situazioni di grave sofferenza, fisica o mentale. In questi
casi, un gesto di ascolto e di tenerezza, unito ad una parola di fede,
può aprire grandi spazi all’accoglienza di quella luce vera di Cristo
che ha il potere di liberare dalle tenebre coloro che ne sono avvolti.
Papa Leone ricorda infatti che «la finitudine, quando è accolta nella
verità, non impoverisce l’essere umano ma lo apre al riconoscimento del
volto di Dio e dell’altro»[103].
97. Giungiamo
così a quella testimonianza concreta dell’amore di Dio che i credenti
rendono prendendosi cura, in modo preferenziale, dei poveri, degli
svantaggiati e degli esclusi. Come ha ricordato Papa Leone XIV, sulla
scia del suo Predecessore, i credenti non dovrebbero mai dimenticare «il
forte nesso che esiste tra l’amore di Cristo e la sua chiamata a farci
vicini ai poveri»[104].
In verità, «il cristiano non può considerare i poveri solo come un
problema sociale: essi sono una “questione familiare”. Sono “dei
nostri”. Il rapporto con loro non può essere ridotto a un’attività o a
un ufficio della Chiesa»[105].
In una tale vicinanza operosa e fattiva ai fratelli e alle sorelle che
vivono nella povertà, la Chiesa fa brillare in modo eminente quella
fiamma dell’amore di Dio per tutti che Gesù è venuto a gettare sulla
terra e riesce ancora oggi a toccare, in modo spesso silenzioso, il
cuore di tanti. Una testimonianza particolarmente preziosa in tal senso
viene dai
Vescovi del Myanmar, raccolta in occasione della loro Visita
ad limina presso questo Dicastero il 2 giugno 2026: in tale
Paese, che porta su di sé le ferite di molteplici conflitti, la Chiesa
mostra la sua vicinanza ai più poveri, anche semplicemente nel silenzio
dell’ascolto, senza alcuna distinzione di appartenenza religiosa – si
tratta, infatti, di una nazione a maggioranza buddista. Proprio tale
vicinanza suscita in coloro che non condividono la fede cristiana il
desiderio di approfondire i motivi di questo modo di affrontare la
sofferenza, offrendo così ai fedeli l’opportunità di parlare
esplicitamente della loro esperienza di Gesù. In questa unità tra carità
e annuncio evangelico, quindi, si evidenzia ancora più chiaramente la
bellezza integrale della proposta cristiana.
Arte e bellezza
98. Una quarta
osservazione specifica riguarda poi la necessità di dare spazio – nel
discorso sulla trasmissione della fede – anche alle molteplici
espressioni della creatività umana, attraverso le quali si è cercato di
dare forma a quella tensione verso la bellezza, l’amore e la
trascendenza che abita, spesso in modo tormentato, il cuore umano. Come
non pensare, a questo proposito, a tante opere di letteratura e di
poesia capaci di suscitare un incanto sublime, in grado di rapire anche
le menti più distratte dalle moderne tecnologie di comunicazione?
Proprio sull’importanza di aprirsi alla bellezza ha insistito in modo
particolare Hans Urs von Balthasar: «Nella forma luminosa del bello,
l’essere del bello diventa visibile come da nessun’altra parte. Perciò
ogni conoscenza o tendenza spirituale deve essere accompagnata da un
momento estetico»[106].
99. In questa
prospettiva, un’attenzione particolare è da riservare alla musica, la
quale, come espressione privilegiata della via pulchritudinis,
costituisce un linguaggio essenziale per la trasmissione della fede,
capace di toccare le corde più profonde del cuore umano e di comunicare
la verità del Vangelo attraverso la bellezza[107].
Non si tratta di un mero ornamento estetico delle celebrazioni, ma di
uno strumento missionario che opera per attrazione, rendendo percepibile
la gloria del Risorto soprattutto laddove le parole faticano ad
arrivare. Infatti, come ha osservato Papa Leone XIV, «la musica è come
un ponte che ci conduce a Dio. Essa è capace di trasmettere sentimenti,
emozioni, fino ai moti più profondi dell’animo, portandoli in alto,
trasformandoli in una ideale scalinata che collega la terra e il cielo»[108].
Attraverso la musica, la fede trova vie particolari di espressione che
un annuncio puramente verbale, da solo, non sempre riesce a raggiungere.
Queste considerazioni ci spingono a esortare gli artisti e gli scrittori
credenti a un particolare sforzo creativo, per manifestare la bellezza
della fede e dell’esperienza spirituale cristiana.
Le fasi della vita
100. Un’ultima osservazione riguarda le
diverse fasi dell’esistenza di ciascun essere umano (infanzia,
adolescenza, giovinezza, età adulta, vecchiaia). Esse costituiscono,
infatti, una sorta di continua “riappropriazione” del dono della propria
nascita al mondo e, come quest’ultima, sono esperienze insieme
sorprendenti e sfidanti. La comunità ecclesiale dovrà perciò sviluppare
un annuncio del Vangelo più attento alle diverse età della vita, tenendo
nella giusta considerazione le diverse situazioni di crescita e di
novità che ciascuna di esse porta con sé. Allo stesso tempo, va
ricordato che molte persone si avvicinano alla Chiesa soltanto in
occasione di celebrazioni che accompagnano alcuni momenti fondamentali
della vita: Battesimi, Matrimoni e funerali. Perciò, è indispensabile
riconoscere che, in tali circostanze, si offre una preziosa possibilità
di raggiungerle con un annuncio del kerygma capace di toccare i
loro cuori, evitando parole che non riescono a generare alcun incontro.
101. Un particolare rilievo assume la
questione, già discussa, della rottura generazionale nella trasmissione
della fede. A questo proposito, la comunità dei credenti trova nella
pastorale degli adulti – che sono anche i genitori delle nuove
generazioni – un terreno nuovo e un contesto ricco di sfide
particolarmente complesse. Infatti, se in passato, almeno nei Paesi
di antica tradizione cristiana, l’annuncio del kerygma era
rivolto quasi esclusivamente ai più giovani, oggi emerge sempre più
l’urgenza di accompagnare persone, anche battezzate in tenera età, che
vivono distanti dalla comunità ecclesiale e che, pur avvertendo un
richiamo interiore a una vita evangelica, incontrano difficoltà nel
comprendere e far proprio il linguaggio della Chiesa. In questi casi, la
trasmissione della fede alle nuove generazioni passa attraverso una
evangelizzazione degli adulti. Infatti, come possono gli adulti
trasmettere la fede alle nuove generazioni se essi per primi non la
vivono a livello personale? Ulteriori difficoltà possono sorgere, poi,
da situazioni segnate da diverse forme di povertà esistenziale,
soprattutto nei contesti urbani caratterizzati da una marcata
frammentazione oppure nelle zone rurali isolate. Tutto ciò interpella la
Chiesa nella sua interezza, spingendola a divenire sempre più sinodale e
missionaria, soprattutto attraverso la valorizzazione dei carismi che lo
Spirito Santo suscita nel popolo di Dio.
Capitolo VI
Fede e cultura
102. Ampliando ora l’orizzonte della
riflessione sulla trasmissione della fede oltre la dimensione
propriamente ecclesiale, è necessario affrontare la questione del
rapporto tra fede e cultura. Un primo rilievo riguarda il fatto che
molti studiosi sottolineano come, nel nostro tempo, sia in atto una
crisi più generale della trasmissione del sapere e dei valori, che
ingloba anche quello che è l’oggetto specifico delle presenti
Considerazioni. Un secondo rilievo si può trarre da alcune parole di
San Giovanni Paolo II, che sottolineano l’importanza, in vista della
trasmissione della fede, di operare una sintesi tra fede e cultura: «La
sintesi fra cultura e fede non è solo una esigenza della cultura, ma
anche della fede. Come ha insegnato il mio predecessore
Paolo VI,
“occorre evangelizzare – non in maniera decorativa, a somiglianza di
vernice superficiale, ma in modo vitale, in profondità e fino alle
radici – la cultura e le culture dell’uomo... partendo sempre dalla
persona e tornando sempre ai rapporti delle persone tra loro e con Dio”.
Se, infatti, è vero che la fede non si identifica con nessuna cultura
[…] non è meno vero che, proprio per questo, la fede è chiamata ad
ispirare, ad impregnare ogni cultura. È tutto l’uomo, nella concretezza
della sua esistenza quotidiana, che è salvato in Cristo ed è, perciò,
tutto l’uomo che deve realizzarsi in Cristo. Una fede che non diventa
cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non
fedelmente vissuta»[109].
103. Quanto detto ci porta a
riconoscere che l’opera di trasmissione della fede sia in qualche modo
inseparabile dalla sua inculturazione in un determinato contesto,
intendendo qui la “cultura” sia nel suo senso antropologico più ampio,
come insieme di stili di vita, credenze, valori e istituzioni che
caratterizzano una determinata società, sia nel senso più ristretto,
come insieme di cognizioni intellettuali sviluppate soprattutto in
ambito accademico.
104. Prendendo anzitutto in
considerazione questo primo significato di “cultura”, occorre ricordare
che l’inculturazione della fede costituisce un passaggio necessario
nella sua trasmissione, in quanto il messaggio evangelico deve essere
reso comprensibile a persone che condividono valori e categorie non
perfettamente coincidenti con quelli ellenistico-semitici, nei quali il
testo biblico è stato originariamente formulato. Nel contesto della
trasmissione della fede, inculturazione significa «l’incarnazione del
Vangelo nelle culture autoctone – ed insieme l’introduzione di esse
nella vita della Chiesa»[110]:
in questo caso, pertanto, l’inculturazione della fede diventa vera e
propria evangelizzazione, anche se non è realizzata in modo compiuto e
perfetto, trattandosi di «un cammino lento, che accompagna tutta la vita
missionaria e chiama in causa i vari operatori della missione ad
gentes, le comunità cristiane man mano che si sviluppano, i pastori
che hanno la responsabilità di discernere e stimolare la sua attuazione»[111].
Ciò fa sì che la stessa cultura divenga, a sua volta, un mezzo di
trasmissione della fede, perché, «quando in un popolo si è inculturato
il Vangelo, nel suo processo di trasmissione culturale trasmette anche
la fede in modi sempre nuovi; da qui l’importanza dell’evangelizzazione
intesa come inculturazione»[112].
105. Bisogna comunque ricordare che non
si evangelizza un “luogo”, ma sempre delle persone, le quali non vanno
isolate dal proprio contesto: «Si tratta di portare il Vangelo alle
persone con cui ciascuno ha a che fare, tanto ai più vicini quanto agli
sconosciuti»[113]. A ciò
si aggiunge il compito dei fedeli, necessario anche nei Paesi di antica
tradizione cristiana, di tradurre la Buona Notizia nelle varie forme
culturali particolari che caratterizzano le società moderne o che
emergono in determinati settori sociali, come il mondo giovanile o
quello dei poveri. Ciò richiede indubbiamente una valorizzazione dei
carismi presenti in tutto il popolo di Dio in un autentico spirito di
sinodalità, poiché, in ultima analisi, essi sono opera dello Spirito
Santo. In questo processo può essere sicuramente prezioso anche
l’apporto della pietà popolare.
106. La presenza di diversi gruppi
sociali all’interno delle nostre città, con culture e linguaggi
specifici e spesso autonomi, richiede uno sforzo speciale di
inculturazione della fede. Esiste cioè l’urgenza di una capillarità
nell’annuncio del Vangelo: non ci si può accontentare solo di rivolgersi
alla cultura di alcuni gruppi maggioritari, ma è necessario imparare a
mettersi in dialogo con le più diverse situazioni e condizioni di vita
presenti oggi. Si tratta di raggiungere, dunque, ciò che, con un
linguaggio tecnico, spesso viene nominato come l’ambito delle subculture
(ad esempio i giovani delle periferie urbane, le diverse comunità di
migranti, i lavoratori stagionali, gli abitanti di piccoli villaggi,
etc.). Al riguardo, va ricordato che la Commissione Teologica
Internazionale dedicherà una parte del proprio lavoro del prossimo
quinquennio alle forme culturali di trasmissione della fede e offrirà
preziosi stimoli al lavoro qui solo brevemente accennato.
107. In sintesi, si dovrà ribadire
l’importanza decisiva dell’inculturazione della fede oggi. Dove la fede
tocca le radici e le espressioni culturali di un popolo, in verità, la
sua trasmissione diventa più agevole e feconda.
108. Per quanto riguarda la cultura in
senso accademico-intellettuale, invece, si possono ricordare le parole
di
Papa Francesco: «L’annuncio alla cultura implica anche un annuncio
alle culture professionali, scientifiche e accademiche. Si tratta
dell’incontro tra la fede, la ragione e le scienze, che mira a
sviluppare un nuovo discorso sulla credibilità, un’apologetica originale
che aiuti a creare le disposizioni perché il Vangelo sia ascoltato da
tutti»[114]. È vero che
quella operata dalla ricerca intellettuale è, al massimo, una
preparazione che introduce alla fede, al modo di quelli che
tradizionalmente sono stati chiamati praeambula fidei, non una
sua trasmissione in senso proprio. Tuttavia, è chiaro che una
presentazione ragionevole dei contenuti della fede e delle sue esigenze
costituisce un innegabile aiuto all’annuncio del kerygma,
laddove, in particolare, contribuisce a risvegliare le grandi domande
nella mente e nel cuore delle persone[115].
109. Un esempio particolarmente
significativo a cui guardare nella costruzione di una tale presentazione
ragionevole della fede è sicuramente la
Dottrina sociale della Chiesa,
grazie alla quale i credenti entrano in aperto dialogo con la società e
anche con i non credenti. Pur restando nell’alveo del sapere teologico,
la
Dottrina sociale della Chiesa si avvale ampiamente delle categorie
proprie delle scienze politiche, economiche e sociali, riuscendo spesso
a mostrare tutta la pertinenza della proposta cristiana per la
costruzione di una società più giusta e fraterna. In questo senso, anche
gli insegnamenti sociali della Chiesa possono svolgere una funzione
analoga a quella dei praeambula fidei. Infatti, la
Dottrina sociale della Chiesa «si fonda sulla Sacra Scrittura e sulla Tradizione
e, in dialogo con le scienze, ci aiuta a leggere con lucidità le sfide
del presente, individuando percorsi adeguati per vivere una
testimonianza cristiana limpida, con gioia e al servizio del mondo»[116].
Capitolo VII
Alcune attenzioni specifiche
110. Una comunità profondamente
impegnata nel trasmettere di generazione in generazione quella luce e
quel fuoco dell’amore di Dio che Gesù ha voluto portare in mezzo
all’umanità e che è giunto sino ai nostri giorni dovrà, oltre a quanto
sin qui esposto, prestare alcune specifiche attenzioni in relazione al
tema delle presenti Considerazioni. Ciò che segue è un elenco
esemplificativo, che potrà essere ulteriormente ampliato e disposto
secondo un diverso ordine di priorità.
111. La prima di tali attenzioni
riguarda la coltivazione della pietà popolare. In questo ambito, com’è
noto, ci sono anche aspetti che richiedono un processo di maturazione e
arricchimento; tuttavia, rimane evidente la grande forza di cui questa
risorsa della tradizione cattolica dispone. Nessuno potrà mai negare che
proprio la pietà popolare è ancora oggi un importante mezzo di
trasmissione della fede. Per questo è necessario promuovere nei suoi
confronti un rinnovato impegno di intelligenza e di cuore. Del resto, la
sua grande plasticità le permette sempre di rinnovarsi e di acquisire
stili molto differenziati lungo il corso dei secoli, riuscendo pure a
sopravvivere agli attacchi che la cultura – e a volte anche gli stessi
membri della Chiesa – spesso le ha mosso contro.
112. Al riguardo della forza
evangelizzatrice della pietà popolare e dunque del suo importante ruolo
nell’ambito della trasmissione della fede, sono preziose le indicazioni
presenti ai numeri 122-126 di
Evangelii gaudium. Vi si può
leggere, infatti, che «nella pietà popolare si può cogliere la modalità
in cui la fede ricevuta si è incarnata in una cultura e continua a
trasmettersi»[117]. In
verità, ogni autentica inculturazione della fede produce sempre una
forma di espressione popolare della stessa. L’essere umano vive di
parole e di gesti che ne costituiscono l’orizzonte entro il quale poter
sviluppare se stesso e creare le condizioni per l’incontro con l’altro.
Ogni cultura si traduce in prassi concrete e si riflette e tramanda in
esse. Una medesima considerazione vale anche per l’esperienza credente.
Ogni inculturazione della fede crea prassi religiose specifiche che la
riflettono e le permettono di tramandarsi tra le generazioni. Per
questo, allora, «nella pietà popolare, poiché è frutto del Vangelo
inculturato, è sottesa una forza attivamente evangelizzatrice che non
possiamo sottovalutare: sarebbe come disconoscere l’opera dello Spirito
Santo. Piuttosto, siamo chiamati ad incoraggiarla e a rafforzarla per
approfondire il processo di inculturazione che è una realtà mai
terminata. Le espressioni della pietà popolare hanno molto da insegnarci
e, per chi è in grado di leggerle, sono un luogo teologico a cui
dobbiamo prestare attenzione, particolarmente nel momento in cui
pensiamo alla nuova evangelizzazione»[118]
e alla questione della trasmissione della fede.
113. In questo contesto è utile
ricordare la forza di attrazione che, tra le nuove generazioni,
esercitano i pellegrinaggi di antica e recente formazione ed anche il
desiderio di appartenere a qualche confraternita, come per esempio sta
accadendo recentemente in Spagna[119].
Per molti giovani, soprattutto nei contesti occidentali, la ricerca di
un senso in un mondo sempre più chiuso in se stesso e la ricerca di
un’appartenenza religiosa capace di dare una qualche configurazione al
proprio bisogno di identità, in un mondo sempre più individualizzato,
rappresentano esigenze molto importanti, che trovano riscontro poi
proprio nella partecipazione ai pellegrinaggi e nella richiesta di
partecipazione ad una confraternita. Nel contesto del tema principale
delle presenti Considerazioni, diventa urgente interrogarsi su
come “sfruttare” al meglio queste domande e queste esigenze dei nostri
contemporanei più giovani per farle diventare canale dal quale la luce
di Cristo possa inondare le loro esistenze spesso travagliate.
114. Una seconda attenzione deve essere
rivolta all’omelia.
Papa Francesco le ha dedicato un ampio spazio
nell’Esortazione apostolica
Evangelii gaudium[120],
a testimonianza della sua importanza per l’annuncio e la trasmissione
della fede; ad essa si rimanda per un approfondimento. Un’omelia ben
preparata può svolgere un ruolo decisivo nel presentare i contenuti
della fede in una forma narrativa, che sappia rileggere la Parola di Dio
alla luce della vita concreta del popolo, e quindi suscitare
un’esperienza viva di incontro con Cristo. Gesù stesso appare nei
Vangeli innanzitutto come un grande narratore. Raramente egli inizia i
suoi discorsi con concetti astratti: ricorre invece a immagini,
metafore, parabole; fa spesso riferimento alla vita quotidiana delle
persone, proponendo racconti capaci di aprire l’immaginazione di chi
ascolta, prima ancora di toccare l’intelligenza. Le parabole, infatti,
non si limitano a informare: sono in grado di formare e trasformare i
loro uditori. Le storie raccontate da Gesù non servono semplicemente a
rendere più interessante il discorso, ma costituiscono la chiave
ermeneutica attraverso cui l’ascoltatore viene introdotto nel mistero
del Regno. In questo caso, la grande tradizione omiletica dei Padri
della Chiesa, sia d’Oriente che d’Occidente, può offrire un prezioso
contributo ai Pastori.
115. Una terza attenzione nasce dal
desiderio di un impegno che molti, specialmente tra i più giovani,
manifestano attraverso attività di volontariato. La ricerca concreta di
un tale impegno spesso è occasione di avvicinamento alla realtà della
Chiesa. Queste persone avvertono il bisogno sincero e profondo di dare
qualcosa agli altri, sentono dunque l’urgenza di uscire dal loro recinto
individuale e dalla logica del possesso come criterio ultimo della
felicità. È evidente che questo non implica immediatamente un interesse
per la fede, ma rappresenta una buona occasione per l’annuncio e per la
proposta dell’amicizia con il Signore Gesù, che offre motivazioni ancora
più profonde per tale impegno. L’intera comunità credente è chiamata ad
accogliere questi “buoni samaritani” del nostro tempo e accompagnarli
con gentilezza e passione verso quell’incontro con il fuoco dell’amore
di Dio che essa custodisce quale tesoro prezioso del proprio cammino in
mezzo al mondo.
116. Una quarta attenzione riguarda la
necessità di allargare gli spazi di presenza delle donne nella guida dei
processi ecclesiali. Nella Chiesa cattolica, in generale, i fedeli
maggiormente presenti e attivi nella vita delle comunità sono costituiti
in larga parte da donne. Negli ultimi anni si è fatta, tuttavia, più
chiara l’esigenza di permettere alle donne di accedere in quei luoghi
dove vengono prese le decisioni importanti per la vita della comunità.
Si tratta di un argomento che il Dicastero ha ampiamente studiato e le
cui conclusioni sono state affidate, tramite la Segreteria del Sinodo,
al Santo Padre.
117. Un’ulteriore attenzione è
richiesta da un aspetto specifico del nostro tempo. Non si dovrebbe,
infatti, sottovalutare il bisogno che tantissime persone oggi esprimono
di partecipare a grandi eventi (festival musicali ed altro). Questo
mette in evidenza anche che un uso intenso delle tecnologie digitali non
è sufficiente a colmare tutti i bisogni del soggetto umano. Emerge,
dunque, anche nel nostro tempo, il bisogno di compagnia, la necessità e
il desiderio di condividere. Pur nella consapevolezza che la fede si
tramette in modo privilegiato da un “tu” ad un “tu”, si dovrebbe
cogliere questo tratto della contemporaneità come buona occasione per
l’annuncio del Vangelo, provando a immaginare occasioni di unione tra le
persone, facendo eco ai grandi temi dell’attualità come per esempio
quello della pace.
118. Altri spunti di riflessione sono
offerti dallo studio della storia della Chiesa, in particolare di quei
momenti in cui essa ha saputo rispondere positivamente ai cambiamenti
d’epoca incontrati lungo il suo cammino storico. Tra questi, si può
citare la crisi seguita al crollo delle istituzioni romane nell’Europa
occidentale, con il conseguente abbandono delle città, dove il
cristianesimo era maggiormente radicato. In questo contesto, l’emergere
del monachesimo irlandese, fiorito nella seconda metà del primo
millennio cristiano, si rivelò decisivo: non solo salvaguardò e
approfondì la comprensione della fede, ma diede origine anche a nuove
forme di evangelizzazione e, al contempo, contribuì a sviluppi
significativi nella pratica sacramentale, come la diffusione della
confessione auricolare. Un secondo esempio è offerto dalla crisi
dottrinale e pastorale provocata dalla diffusione del catarismo e dei
vari movimenti pauperisti, sovente in opposizione alla Chiesa, nei
secoli medievali. In risposta a tale situazione, gli ordini mendicanti,
tra i quali si annoverano quelli fondati da
San Domenico e
San
Francesco, incarnarono una rinnovata vitalità evangelica attraverso la
povertà radicale, la predicazione itinerante e l’insegnamento teologico
esercitato in piena comunione con la Chiesa. Un ulteriore esempio è
offerto dall’impulso a una riforma cattolica di vasta portata, suscitato
dalla profonda rottura ecclesiale introdotta dalla Riforma protestante,
che vide protagoniste figure come
Santa Teresa d’Ávila e
Sant’Ignazio di
Loyola. Questo rinnovamento ha coinciso con l’espansione missionaria
della Chiesa verso terre da poco scoperte e aperte all’annuncio del
Vangelo, contribuendo a conferirle un nuovo slancio. Infine, giova
ricordare la risposta della Chiesa, nel XIX secolo, ai profondi
cambiamenti provocati dalla questione operaia e dalle conseguenze della
rivoluzione industriale, che la portarono a rielaborare in modo
sistematico la propria dottrina sociale. In ciascuno di questi casi, un
momento di crisi divenne l’occasione per iniziative creative che si
rivelarono decisive per l’evangelizzazione e coincisero anche con una
più ampia transizione tra epoche storiche.
119. Nel presente, si rende necessaria
un’indagine specifica sul repentino declino del cattolicesimo nei Paesi
in cui esso era profondamente radicato, al fine di comprenderne le cause
e di elaborare un’adeguata risposta pastorale.
120. Un’ulteriore e decisiva attenzione
deve essere riservata al mondo delle scuole e delle università
cattoliche, nonché a quello delle altre istituzioni cattoliche,
specialmente di quelle dedite alla carità. Come testimoniano i Vescovi
del Ghana: «La trasmissione della fede cattolica è significativamente
rafforzata attraverso l’istruzione cattolica, che funge da importante
canale per la formazione continua di bambini, giovani e persino adulti»[121].
In altri Paesi, come il Venezuela, il programma di educazione religiosa
prevede un’integrazione tra l’attività scolastica e quella parrocchiale,
confermando il valore anche pastorale delle scuole cattoliche[122].
Soprattutto, in Paesi nei quali il cattolicesimo rappresenta una
minoranza – talvolta estremamente esigua – queste istituzioni
costituiscono spesso l’unico punto di contatto di gran parte della
popolazione con la Chiesa cattolica. Tuttavia, occorre segnalare che in
diverse regioni vigono restrizioni all’insegnamento della religione
nelle scuole, per cui in tali contesti sono le parrocchie a dover
sostenere l’intero onere della catechesi.
121. Rispetto ai luoghi tradizionali
dell’azione pastorale, le scuole offrono un contatto più istituzionale e
quasi professionale, ma non per questo meno capace di trasmettere almeno
una piccola scintilla di quel fuoco d’amore che ha attraversato i secoli
e che, da Gesù, è giunto sino ai nostri giorni. Si offre, infatti, una
testimonianza quasi trasparente della carità intellettuale e materiale,
capace di orientare spontaneamente verso la bellezza del Vangelo e la
sua forza di umanizzazione. Ciò è quanto attestano anche i Vescovi della
Francia: «L’insegnamento cattolico è un luogo fondamentale per il primo
annuncio presso i bambini, i giovani e le famiglie, che può condurre i
giovani ma anche i loro genitori a chiedere l’iniziazione cristiana»[123].
In un orizzonte più ampio, i credenti sono quindi invitati a difendere
sempre la centralità della scuola, quale luogo «in cui le nuove
generazioni possono imparare a cercare e amare la verità, a interrogarsi
sul senso della vita e sulla dignità di ogni persona»[124].
122. Infine, un’ultima menzione
riguarda l’impegno ecumenico, che costituisce una dimensione intrinseca
della missione evangelizzatrice della Chiesa e, pertanto, anche della
trasmissione della fede. Infatti, come osserva il Decreto
Unitatis redintegratio del
Concilio Vaticano II, la divisione tra i cristiani
«non solo si oppone apertamente alla volontà di Cristo, ma è anche di
scandalo al mondo e danneggia la più santa delle cause: la predicazione
del Vangelo ad ogni creatura»[125].
Lungi dal rappresentare un’alternativa all’annuncio, il dialogo
ecumenico ne costituisce una modalità propria, nella quale la ricerca
comune della verità, l’ascolto reciproco e la testimonianza della carità
rendono più credibile la proclamazione del kerygma di fronte a un
mondo sempre più secolarizzato e pluralista. Come ricorda
San Giovanni Paolo II, infatti, «gli stessi sforzi verso l’unità costituiscono di per
sé un segno dell’opera di riconciliazione che Dio conduce in mezzo a
noi»[126], manifestando
concretamente che il Padre è, per sempre e per tutti, amore. Ciò invita
la comunità dei credenti a far proprio l’appello fiducioso di
Papa Francesco: «Se realmente crediamo nella libera e generosa azione dello
Spirito, quante cose possiamo imparare gli uni dagli altri! Non si
tratta solamente di ricevere informazioni sugli altri per conoscerli
meglio, ma di raccogliere quello che lo Spirito ha seminato in loro come
un dono anche per noi»[127],
in modo da «camminare speditamente verso forme comuni di annuncio, di
servizio e di testimonianza»[128].
123. Nel medesimo orizzonte, si deve
riconoscere che alcuni membri di altre religioni e movimenti religiosi
si impegnano a testimoniare la fede in Dio in un contesto culturale che
tende a rinchiudersi nella più vuota immanenza. Allo stesso modo, alcuni
membri di altre Chiese cristiane e comunità ecclesiali cercano vie nuove
per annunciare il Vangelo e l’amore di Cristo nel nostro tempo. Anche
dalle loro esperienze positive e dai loro sforzi creativi è possibile
imparare qualcosa, affinché il nostro impegno nella trasmissione della
piena ricchezza del tesoro della fede, ricevuto in dono, sia sempre
fecondo.
Capitolo VIII
Testimonianze
124. A questo punto, come anticipato
nell’Introduzione alle presenti Considerazioni, si offrono
alcune testimonianze esemplificative di persone che hanno potuto
sperimentare nella loro vita l’incontro con Cristo o la riscoperta di
una relazione viva con lui. Per ragioni di riservatezza non ne verranno
indicati i nomi, ma solo la provenienza, assicurando che si tratta di
testimonianze autentiche, genuinamente condivise per l’edificazione
della Chiesa universale. A coloro che hanno offerto il proprio racconto,
come pure alle Conferenze episcopali che hanno trasmesso tale materiale,
va la sincera gratitudine del
Dicastero per la Dottrina della Fede. In
molti casi non si narrano grandi imprese o eventi prodigiosi, ma
semplici vicende nelle quali si manifesta l’azione della grazia nella
trama della vita quotidiana, permettendo a ciascuno di riconoscervi
qualcosa della propria esistenza. Esse mostrano come ogni circostanza,
anche la più piccola e apparentemente insignificante, possa diventare
occasione di incontro con l’Eterno e tappa di quella storia di salvezza
che Dio costruisce con noi e per noi. Per ragioni di spazio, non è
possibile riportare tutte le testimonianze ricevute; si è quindi resa
necessaria una scelta legata ai temi del documento e all’esigenza di
evitare ripetizioni. Ciascuna di esse rappresenta tuttavia un tesoro di
grazia che testimonia come il Signore, anche nell’attuale cambiamento
d’epoca, non cessi di assistere e accompagnare la sua Chiesa. Le pagine
che seguono intendono tradurre nel linguaggio della vita alcuni degli
aspetti sviluppati nei capitoli precedenti.
Dall’abisso della dipendenza alla libertà
dell’incontro con Cristo
125. La prima testimonianza[129]
viene dalla Colombia e mostra come, anche nelle situazioni di più
profondo degrado morale ed esistenziale, Dio non cessi di chiamare la
persona attraverso la voce della coscienza e di offrire la sua salvezza
attraverso l’opera dei fratelli: «Più o meno all’età di 13, 14 anni ho
iniziato con il consumo di droghe, ho iniziato a cadere nell’impurità e
a stare nelle bande; andavo in giro nelle bande, nelle risse,
maneggiando armi, estorcendo, rubando, vendendo droga. E quella era la
mia vita. La mia famiglia si è stancata di me finché non sono finito a
vivere per strada. Dicevo a mia madre: “Mamma, voglio cambiare”. Lei mi
diceva: “No, sei malato, prima hai bisogno di guarire” E io le
rispondevo: “Ma che dici? Sono capace di uscirne da solo”. Ma avevo
bisogno di aiuto; il mio orgoglio, la mia superbia non me lo
permettevano. E sentivo un desiderio molto profondo nel mio cuore per
qualcosa di più, qualcosa di meraviglioso, qualcosa di buono, di amare,
di sentirmi amato. Non avevo dove vivere, dove farmi il bagno, dove
mangiare, nulla. Per grazia e misericordia di Dio [attraverso la mia
famiglia ho trovato un centro di riabilitazione gestito da una
fondazione cristiana], lì non si fanno terapie d’urto né si usano
farmaci, lì ciò che si vive è la preghiera: il Santo Rosario, la
lectio divina, la Santa Eucaristia...Lì è iniziato il mio cammino di
conversione. In quel luogo il Signore ha iniziato a trasformare molto la
mia vita, perché ho iniziato a vedere quante ferite e quanti vuoti
c’erano nel mio cuore e quanta necessità di amore, di perdono e della
misericordia di Dio. Poi sono andato come missionario per 2 anni e
mezzo, formandomi, servendo nei ritiri e tenendo incontri. Dopo di che
sono tornato alla fondazione dove ero stato. Sono rimasto lì un anno
accompagnando i ragazzi come educatore, condividendo con loro un po’ di
ciò che il Signore aveva fatto in me. Ora ho il mio impiego e faccio
parte di una comunità che si dedica alla preghiera, alla missione e
all’evangelizzazione. Dio ha trasformato la mia vita, il mio cuore e mi
ha reso un uomo nuovo».
126. Altre testimonianze mostrano come,
talvolta, possa bastare una circostanza molto semplice, come lo
scrolling dei messaggi di un social network, perché la grazia
renda possibile un incontro capace di trasformare la vita, come racconta
un giovane del Belgio: «Verso i 17 anni, volevo farmi battezzare ma non
sapevo dove andare. Ho vissuto pene d’amore, una dipendenza dall’alcol,
ho versato lacrime. Un giorno, scorrendo su TikTok, mi sono imbattuto in
una preghiera. È stato come un elettroshock e un conforto. Ero non
credente e vivevo tutto questo serenamente. Se oggi mi presento, è in
risposta all’appello più significativo della mia vita. Non si tratta di
una riflessione intellettuale, ma di un incontro personale in cui Gesù
mi ha parlato. Mi sono avvicinato alla Chiesa senza crederci veramente,
soprattutto per rispetto verso i miei nonni e per il desiderio di
preservare le tradizioni. Da quando ho la fede, ho davvero un’altra
visione del mondo. Sento che tutto va bene, laddove la mia vita, prima
dell’incontro con il Cristo, era complicata».
127. Rimanendo nel tema della
redenzione e liberazione, una significativa testimonianza dell’efficacia
liberante del kerygma è offerta dal racconto di un cappellano che
svolge il suo ministero nelle carceri di una diocesi del Canada: «Il
contesto carcerario costituisce spesso un luogo di crisi e di rilettura
della vita. La privazione della libertà favorisce un confronto con se
stessi, con le proprie azioni e con il senso della propria esistenza. In
questo contesto, la domanda del Battesimo appare frequentemente come la
ricerca di un nuovo inizio, anzi, di redenzione. Le persone incontrate
esprimono spesso una ricerca di senso, al di là dei precedenti contesti
della loro vita. Gli scambi catechistici aprono uno spazio dove le
grandi domande – sofferenza, colpa, perdono, speranza – possono essere
affrontate in modo strutturato. Risulta evidente che la conversione non
scaturisce unicamente a partire da un contenuto dottrinale, ma anche a
partire da una relazione di fiducia e di ascolto. L’accompagnamento
pastorale, vissuto nel tempo, costituisce una mediazione essenziale
attraverso la quale la fede diventa pensabile e ricevibile. Un elemento
centrale delle conversioni osservate è l’incontro con l’immagine di un
Dio che perdona e rialza. Ciò è particolarmente significativo in un
contesto segnato dalla colpa e dalla condanna. Si osserva così un
ritorno d’interesse per la dimensione spirituale ed esistenziale della
fede. La conversione appare spesso come un’esperienza personale forte».
Il “risveglio” del kerygma: ruolo della
famiglia e della preghiera
128. Nelle famiglie, non solo il
cambiamento d’epoca, ma anche eventi tragici possono mettere a dura
prova la fede personale. Tuttavia, anche in queste situazioni, il
Signore non abbandona i suoi figli, come testimonia questo racconto
proveniente dal Cile: «La mia fede si è indebolita a tal punto che sono
arrivato a dichiararmi ateo. In mezzo a quel deserto è arrivato un colpo
devastante: la morte di mia madre. Per cinque anni ho portato un dolore
inconsolabile; la piangevo ogni giorno senza trovare risposte. È stato
allora che Dio ha usato il pretesto più semplice: il catechismo della
mia figlia minore. Ho partecipato agli incontri solo per dovere. È stato
in quel processo che è accaduto l’inaspettato: attraverso l’Eucaristia,
ho sperimentato un incontro – o meglio, un re-incontro – personale con
Gesù Cristo. Lui ha preso il mio dolore, ha asciugato le mie lacrime per
mia madre e mi ha dato una pace che il mondo non può dare».
129. Un’altra testimonianza,
riguardante gli ostacoli alla trasmissione della fede in famiglia,
proviene da una donna, madre di famiglia, della Slovacchia: «Mio padre
era alcolista. Ha distrutto me e mia madre durante la mia infanzia...
Quando beveva, era aggressivo, imprecava, bestemmiava, rompeva i mobili
di casa... qualsiasi cosa gli capitasse a tiro; spesso dovevamo scappare
di casa. Nel corso degli anni si era accumulato in me un senso di
mancanza di perdono e forse anche l’odio nei suoi confronti. Solo nella
comunità, attraverso la Parola di Dio e la formazione, ho capito che
stavo giudicando mio padre per quello che era, e che stavo giudicando
anche Dio per avermi dato un padre così. Quando ho trovato il coraggio,
alla luce della Parola di Dio, sono andata da mio padre e gli ho chiesto
perdono. È stata un’esperienza molto forte per me e, anche se mio padre
non è riuscito a capire bene ciò che gli stavo dicendo, ho visto che
finalmente avevo trovato la pace interiore e anche il nostro rapporto si
è migliorato. Sebbene mio padre non praticasse in alcun modo la vita
religiosa, è partito per l’eternità riconciliato con me e con mia madre,
dopo essersi confessato. [Oggi] insieme a mio marito ci impegniamo a
trasmettere la fede ai nostri quattro figli. Insegniamo loro anche
raccontando la nostra esperienza, non come moralismo (nel senso che
anche tu devi vederla/farla in questo modo). Diciamo loro che Dio agirà
in modo particolare anche nella loro vita, che è importante accogliere
tutto ciò che la Chiesa offre loro come aiuto, affinché possano vivere
una vita che abbia un senso».
130. Altre volte è il membro credente
di una coppia a coinvolgere l’altro in un cammino di fede, come
testimonia questa esperienza proveniente dagli Stati Uniti d’America:
«Il mio cammino verso la Chiesa cattolica è iniziato a causa della mia
fidanzata. È stata cresciuta come cattolica e la sua fede è sempre stata
importante per lei. Mentre ci preparavamo al matrimonio, ha espresso il
desiderio di avere un matrimonio cattolico. Volendo capire meglio
qualcosa di così significativo per lei, ho deciso di esplorare la fede.
Ho incontrato una comunità accogliente e un gruppo di insegnanti
dedicati che hanno reso il processo di apprendimento coinvolgente e
significativo. Sono rimasto impressionato dalla comunità parrocchiale e
dal bene che compie nella comunità locale. Le persone lì mi hanno
trasmesso il valore non solo di avere fede, ma di viverla. Mentre
attendo di ricevere il Battesimo e la Cresima alla Veglia Pasquale, lo
faccio con gratitudine e aspettativa».
131. Nella medesima direzione si
colloca una testimonianza proveniente dal Giappone: «Un uomo è entrato
in contatto con la Chiesa attraverso il matrimonio con una coniuge
cattolica. All’inizio ha frequentato i corsi di preparazione al
matrimonio semplicemente in preparazione alle nozze, ma gradualmente si
è trovato attratto dalla calorosa accoglienza della comunità
parrocchiale e dalla serenità della liturgia. Dopo la nascita di suo
figlio, ha iniziato a chiedersi cosa desiderasse trasmettergli nella
vita e, dopo aver intrapreso uno studio più approfondito della fede, è
stato battezzato alcuni anni dopo. Per lui, la Chiesa alla quale si era
avvicinato inizialmente per il bene della sua famiglia è diventata il
luogo in cui il suo stesso modo di vivere è stato messo in discussione».
132. Anche il Sacramento del Matrimonio
può diventare un’occasione di riscoperta della fede, come testimonia
un’esperienza trasmessa dai Vescovi dell’Angola: «Una coppia di
fidanzati: lei cattolica, di una famiglia con una vivissima trasmissione
generazionale della fede; lui indifferente a Dio e alla religione. Lei
informò lui che l’evoluzione della loro relazione avrebbe dovuto avere
come condizione sine qua non il matrimonio cattolico. [Durante
una riunione di famiglia,] un sacerdote, parente della famiglia del
fidanzato, affrontò la fidanzata cattolica per l’intenzione di unirsi a
un uomo che era disposto solo a darle il piacere della cerimonia
cattolica del matrimonio, ma disprezzando il valore intrinseco di questo
matrimonio. [Il sacerdote] affrontò allo stesso modo il fidanzato, che
si limitava solo alla parte carnale e disprezzava ogni altra parte del
valore del matrimonio. Rientrando in sé, il fidanzato si vergognò delle
sue contraddizioni…senza il minimo di cultura cristiana, quella che,
ora, cominciava ad avere senso per lui. Questa esperienza scomoda ha
scatenato in lui la curiosità per la fede cattolica, ha iniziato a
frequentare la catechesi, ha ricevuto il battesimo, ha fatto il corso
prematrimoniale, si è sposato in chiesa ed è diventato assiduo nella
liturgia e attivo nella vita pastorale della parrocchia».
133. Altre volte il risveglio della
fede nasce da esperienze di preghiera e di condivisione, come nel caso
di una donna laica della Polonia, che racconta di aver riscoperto una
fede viva attraverso un’iniziativa promossa dal movimento carismatico
cattolico: «Tutto è iniziato con la decisione di partecipare al ritiro
di alcune settimane del Seminario di Rinnovamento della Fede. All’epoca
mi sembrava di avere una vita abbastanza buona, normale e ordinata.
Sempre più spesso, però, nel profondo del mio cuore sentivo che ciò su
cui costruivo la mia vita non era duraturo. Il vuoto che appariva sempre
più spesso nel cuore non poteva essere colmato da nulla. Ho visto che la
fede che avevo era morta. Era solo l’adempimento di certi doveri e
pratiche religiose che mi erano stati insegnati. Durante il Seminario ho
conosciuto un Dio che ama gratuitamente, è Padre, si prende cura,
aspetta, cerca i perduti per donare amore, felicità e gioia. È stato il
mio incontro personale con Gesù, che ha “toccato” concretamente il mio
cuore per tirarmi fuori dall’oscurità in cui vivevo da anni. Dopo le
lacrime purificatrici è arrivata una grande gioia, libertà, forza e
speranza che hanno riempito tutto il mio cuore e il mio essere. La mia
fede ha smesso di essere un’aggiunta alla vita, è diventata il senso
unico della mia esistenza. Ha smesso di essere morta ed è diventata
viva. Mi sono sentita finalmente sicura, libera e serena. Le parole di
sant’Agostino “Il cuore dell’uomo è inquieto finché non riposa in Dio”
si sono compiute al 100% nella mia vita».
134. Un’altra testimonianza
particolarmente intensa in tal senso proviene da una studentessa
francese: «Nata da un padre libanese sciita diventato ateo e da una
madre francese cattolica non praticante, sono cresciuta in una certa
erranza spirituale. I miei genitori desideravano lasciarci liberi nella
nostra scelta religiosa, ma questo silenzio è stato a lungo una
mancanza. Tuttavia, fin dall’età di 8 anni, ho trovato una Bibbia...
questo primo scatto è stato nutrito dai miei anni di scuola a Chartres,
dove trovavo rifugio e pace sotto i pilastri della cattedrale dopo le
lezioni. Il vero punto di svolta è avvenuto nel 2004, durante i miei
corsi propedeutici [all’università]. Sola, lontana dalla mia famiglia e
schiacciata dalla pressione dei concorsi, ho vissuto una vera
rivelazione. Una sera, davanti alla mia scrivania, l’evidenza si è
imposta: Dio esisteva, era lì, proprio accanto a me, con una presenza
quasi palpabile. Questo sollievo immenso ha trasformato la mia
solitudine in un cammino in compagnia. Il Signore ha poi posto dei
testimoni sulla mia strada... [tra cui] un cristiano maronita, [che]
portava in sé una fede radiosa. Un giorno, vedendo un’immagine del Sacro
Cuore di Gesù che custodiva nel suo portafoglio, ho capito: era Lui,
Gesù, che mi aveva visitata quella sera nella mia stanza di studentessa.
Ciononostante... il ritmo frenetico del mio lavoro mi ha condotta al
burnout nel 2019. In questo crollo, solo Gesù mi ha salvata. Ho
allora intrapreso un pellegrinaggio di guarigione…ho radicalmente
cambiato vita. Oggi la mia vita è stabile e felice, sento che è
finalmente tempo di compiere la mia promessa. Ricevendo i sacramenti
dell’iniziazione cristiana, desidero suggellare per l’eternità la mia
alleanza con Cristo, che non mi ha mai abbandonata».
135. Altre volte è la forza della
preghiera e dei sacramenti a sostenere nelle situazioni di crisi, come
testimonia l’esperienza di una donna proveniente dalla Giamaica: «Sono
una cattolica “dalla culla” cresciuta da una madre che era una fedele
cattolica. Da bambina, in una piccolissima città della Giamaica, leggevo
e servivo perfino all’altare, perché molti parrocchiani erano poco
istruiti e molti non sapevano leggere. Davo a Dio ciò che mi sentivo di
dargli. C’erano volte in cui davo il 90%, e altre volte in cui era il
20%. Circa 15 anni fa, nonostante pregassi fervidamente per uscire da
[una certa] situazione, sembrava che Dio non rispondesse. Arrivai a un
punto in cui sentii che Dio semplicemente non stava ascoltando…conclusi
che non aveva senso pregare. Smisi completamente di pregare…ne seguì una
grande crisi di fede. Iniziai a mettere davvero in discussione e a
dubitare di tutto. Mi sentivo proprio come un’impostora. In verità,
stavo insegnando ai bambini il catechismo, mentre non ero nemmeno sicura
di credere a ciò che insegnavo. [Ma] Dio sa sempre dove trovarci e come
raggiungerci. La mia mente iniziò a comprendere il vero potere nei
Sacramenti…e, soprattutto, nell’Eucaristia: che Gesù è proprio lì. Le
sfide con cui stavo lottando e che hanno causato la mia crisi di fede
esistono ancora, ma ciò che è cambiato è il mio modo di pregare.
L’obiettivo delle mie preghiere non è più su ciò che Dio può dare a me.
Invece, chiedo cosa posso dare io a Dio».
La testimonianza della carità, della cultura
e della bellezza
136. Come già trattato in precedenza,
una via importante di accesso alla fede è la bellezza (via
pulchritudinis), quella bellezza che, come insegnavano i dottori
medievali, è sintesi di verità e di bontà. In una parola, è la bellezza
dell’amore, che si manifesta in una molteplicità di forme. Proprio a
partire dal tema della bellezza, capace di unire il rigore intellettuale
all’esperienza estetica, si colloca la testimonianza di uno studente di
neurobiologia proveniente dalla Svizzera: «Sono cresciuto in una
famiglia atea, da noi “cartesiano” era la parola d’ordine: spesso
presentata come un’evidente antitesi alla fede. La presenza di Dio nella
mia vita si è manifestata come un fruscio di vento in lontananza. La
prima volta che ho provato questa sensazione di pienezza è stato mentre
assistevo a una straordinaria esecuzione di un brano di Chopin. Poi c’è
stata quella sera in cui, dalla cima di una montagna della Crimea, ho
contemplato l’immensità del Mar Nero e le montagne che si estendevano ai
miei piedi. Pensavo di provare quella pace perché stavo contemplando la
bellezza dell’Umanità. [Poi] un giorno ho passato la porta della
cattedrale di Chartres. La questione non si poneva più: la sorgente era
lì, sotto i miei occhi. Non so quando il mio cammino con Dio sia
iniziato, ma sono certo di averlo accolto la prima volta che mi sono
inginocchiato a pregare. È stato un bagno di pace, un balsamo per
l’anima. Quando mi sono reso conto della strada che stavo
intraprendendo, ho deciso di tenermi in disparte. Negli ambienti
scientifici, ogni accenno all’argomento è accompagnato da lunghi
dibattiti, critiche denigratorie e persino da vere e proprie bestemmie.
Le mie prime preghiere, i miei primi rosari, le mie prime messe li ho
vissuti da solo. Pensavo di entrare a far parte della comunità una volta
acquisite sufficienti conoscenze. Con mia grande sorpresa, è stata la
comunità ad accogliermi. Ho avuto la fortuna di essere battezzato grazie
all’insistenza dei miei nonni materni. Ritengo che sia giunto il momento
di chiudere il capitolo della scoperta e di avanzare a pieno titolo
nella mia vita di cattolico. Ho quindi intrapreso il mio percorso verso
la cresima».
137. Altre volte è la semplicità della
carità, manifestata nella gentilezza e nell’accoglienza, ad aprire le
porte della fede, come nella testimonianza di un catecumeno vietnamita,
trasmessa dai Vescovi della Malesia: «Sono nato in una famiglia
buddista. Sono cresciuto senza prestare molta attenzione alla religione.
Sono venuto in Malesia perché volevo studiare l’inglese. In Vietnam
questi corsi sono costosi, ma ho trovato un corso di inglese gratuito
tenuto da cristiani filippini. Sono stato accolto da tutti con calore.
Insegnavano con sincerità e ci offrivano persino cibo e bevande. Ho
potuto constatare la loro gentilezza e generosità. Trattavano tutti allo
stesso modo. Durante una delle lezioni, è stato proiettato un video
sulla passione e la risurrezione di Gesù, che si concludeva con una
semplice domanda: “Dov’è Dio?”. Ma ho provato qualcosa. È stata una
piccola emozione, ma è rimasta dentro di me. Anni dopo, ho conosciuto un
[cristiano] malese attraverso il lavoro e ho iniziato a frequentare la
Messa con lui. In chiesa, le persone erano gentili e le omelie mi hanno
toccato. Ma la vecchia domanda è tornata: chi è Dio? Con l’aiuto del mio
amico, mi sono iscritto ai corsi di catecumenato e quest’anno sarò
battezzato. Mi sento più forte, meno spaventato dalle sfide della vita.
Non sono solo pronto a diventare cattolico, ma pronto a diventare parte
del miracolo di Dio».
Conclusione
138. Il Dicastero per la Dottrina della Fede ha ricevuto da
Papa Francesco, nell’ultimo periodo della sua vita,
l’incarico di offrire alla Chiesa una riflessione sulla trasmissione
della fede; tale richiesta è stata successivamente rinnovata da Papa
Leone XIV. Il Dicastero ha accolto questo compito nello spirito del
rinnovamento missionario richiesto a tutto il popolo di Dio, comprese le
istituzioni curiali. Infatti, il suo servizio non si limita alla
custodia di un deposito di dottrine da credere (credere Deum), ma
comprende anche la promozione di tutto ciò che favorisce il
coinvolgimento personale e attivo nell’accoglienza della luce della fede
(credere Deo e credere in Deum). In particolare, ciò
riguarda la Sezione Dottrinale del Dicastero che è chiamata a favorire
«gli studi volti a far crescere l’intelligenza e la trasmissione della
fede al servizio dell’evangelizzazione, perché la sua luce sia criterio
per comprendere il significato dell’esistenza»[130].
La questione della trasmissione della fede, dunque, non ci allontana dal
depositum fidei, né implica la riduzione della trattazione alla
sola dimensione soggettiva della fides qua. Semplicemente, si
tratta di un appello ai fedeli a tornare al cuore del patrimonio della
fede cristiana: il kerygma è infatti il suo contenuto centrale,
che attraversa come un filo d’oro l’armoniosa gerarchia delle «verità
della dottrina cattolica»[131]
e illumina tutti i contenuti del depositum fidei, attraendo verso
l’esperienza di un incontro personale e comunitario con Cristo vivo.
139. Nel corso della riflessione
sviluppata nel presente documento, il
Dicastero per la Dottrina della Fede ha accolto con gioia la generosa risposta di numerose Conferenze
episcopali, che hanno condiviso la loro sincera preoccupazione circa
questo tema. La ricchezza dei contributi ricevuti supera i limiti di un
singolo documento; pertanto, la questione affrontata dalle presenti
Considerazioni rimane aperta a ulteriori approfondimenti e a nuovi
sviluppi. Questo Dicastero riconosce che tale ambito appartiene alla
competenza di un altro Dicastero, il Dicastero per l’Evangelizzazione –
Sezione per le Questioni Fondamentali dell’Evangelizzazione nel Mondo,
che da tempo è impegnato in un percorso di ricerca e di dialogo non solo
sulla trasmissione della fede, ma anche su altre tematiche ad essa
connesse: il catecumenato, le diverse forme di catechesi, la formazione
dei fedeli, i contesti comunitari di accoglienza e di crescita dei nuovi
credenti, etc.
140. Intendiamo, ora, sigillare queste
Considerazioni sulla trasmissione della fede nel contesto del
cambiamento d’epoca con un’immagine molto cara ad ogni fedele, capace di
rappresentare un simbolo di speranza per il futuro. È l’immagine della
liturgia dell’accensione del cero pasquale e della sua collocazione
sull’altare, dopo la processione lungo la navata della chiesa, durante
la solenne Veglia pasquale nel rito latino. Come è noto, dopo
l’accensione del cero ha inizio la processione: ad eccezione del Diacono
che porta il cero, tutti procedono con le candele spente tra le mani.
Successivamente, dapprima il celebrante e, poi, gli altri partecipanti
ricevono dal cero pasquale, o da candele accese ad esso, la fiamma con
cui accendere la propria candela e, a loro volta, possono trasmetterla
ad altri.
141. Per tre volte, con la
proclamazione «La luce di Cristo» (oppure, in certi Paesi, una formula
alternativa), il Diacono annuncia al mondo la presenza della luce di
Cristo, che si rende visibile nell’accensione progressiva delle candele.
Così, dall’unica fiamma del cero pasquale si accendono lentamente e
ordinatamente tutte le candele dei fedeli e, al termine della
processione, vengono accese anche le luci della chiesa.
142. Vorremmo così immaginare l’impulso
che queste Considerazioni desiderano offrire alla Chiesa nel
tempo del cambiamento d’epoca. Esse vogliono ricordare con forza che
Cristo è la luce vera: Egli illumina perché libera dalle tenebre
e introduce nella pienezza di vita, compimento dell’accoglienza
dell’amore incondizionato di Dio nel nostro cuore. A noi credenti è già
stato donato di incontrare la luce e di lasciar illuminare la nostra
vita dalla «luce vera» del mondo (cf. Gv 1,9). Tocca ora a noi
trasmettere lo stesso dono agli uomini e alle donne del nostro tempo,
che forse non sempre in modo consapevole attendono anch’essi di poter
accendere la loro esistenza a quella stessa fonte di ogni grazia, luce
che risplende nel mondo.
143. Non si può tralasciare, infine, la
testimonianza di tanti laici evangelizzatori che, nei tempi recenti,
hanno raggiunto la santità. Tanti giovani hanno ammirato la passione per
l’evangelizzazione in San Carlo Acutis, così come l’esempio ammirevole
di Santa María Antonia de Paz y Figueroa, conosciuta come Mama Antula,
nel suo lungo pellegrinaggio evangelizzatore. Numerosi laici hanno,
inoltre, donato la propria vita nell’impegno di portare la luce di
Cristo: San Sebastiano, San Paolo Chông Hasang, San Peter to Rot.
Insieme a loro, le contemplative e i contemplativi alimentano il fuoco
della fede attraverso la preghiera e l’intercessione, perché senza
l’azione dello Spirito Santo tutti i nostri sforzi diventano vani.
Invitiamo, pertanto, tutte le comunità a promuovere al loro interno
momenti di preghiera e di intercessione che sostengano la trasmissione
della luce della fede.
144. Maria, che si è resa presente in
mezzo ai diversi popoli attraverso le forme più varie della loro fede e
devozione, rendendo così più riconoscibile la sua vicinanza materna,
porta sempre con sé la luce e l’amore del Signore. Il Vangelo racconta
che così ha fatto fin dall’inizio, quando ha portato Gesù a Elisabetta
(cfr. Lc 1,39-45). Continua a farlo anche oggi, offrendo la
bellezza del Vangelo. Maria, infatti, ha meditato attentamente e
custodito nel suo cuore tutto ciò che Cristo ha fatto e detto (cfr. Lc 2,19.51).
Ella è stata la grande testimone dell’incarnazione e della nascita del
Signore fino alla sua morte in croce e alla sua risurrezione,
accompagnandolo lungo tutta la sua vita terrena. Pertanto, davanti al
volto di Maria, il popolo fedele riconosce «in quell’immagine materna tutti i misteri del Vangelo»[132]. Chi guarda alla fede mariana dei semplici con un atteggiamento esclusivamente
intellettuale, rischia di non comprendere che tante volte il Vangelo di Cristo
si trasmette in forma mistagogica, attraverso simboli, esperienze, fiducia e
affetto. A Maria, Maestra della trasmissione della fede, chiediamo di
intercedere per noi nel rinnovato impegno di portare la luce di Cristo alle
nuove generazioni.
Il Sommo Pontefice Leone XIV, nell’Udienza
concessa al sottoscritto Prefetto insieme al Segretario per la Sezione
Dottrinale del Dicastero per la Dottrina della Fede, il giorno 21 agosto
2026, Memoria liturgica di San Pio X Papa, ha approvato il presente
documento, deliberato nella Sessione Ordinaria di questo Dicastero in
data 24 giugno 2026, Solennità della Natività di San Giovanni Battista,
e ne ha ordinato la pubblicazione.
Dato a Roma, presso la sede del Dicastero per la Dottrina della Fede, il 22 ottobre 2026, Memoria liturgica di San Giovanni Paolo II.
Víctor Manuel Card. Fernández
Prefetto
Mons.
Armando Matteo
Segretario
per la Sezione Dottrinale
Ex Audientia Die: 21 Augusti 2026
Leo PP. XIV
[1] Leone XIV,
Discorso
ai Vescovi della Conferenza Episcopale Italiana (17 giugno
2025): L’Osservatore Romano, 17 giugno 2025, 2.
[2] Leone XIV,
Discorso ai partecipanti alla Sessione Plenaria del Dicastero per
l’Evangelizzazione – Sezione per le Questioni Fondamentali
dell’Evangelizzazione nel Mondo (28 maggio 2026):
L’Osservatore Romano, 28 maggio 2026, 2.
[3] Per aiutare il lettore a orientarsi lungo il cammino delle presenti
Considerazioni, che si snoda attraverso diversi capitoli, può essere utile
offrire fin d’ora una sintetica indicazione del suo percorso tematico. I
capitoli I e II ne pongono le basi teologiche, muovendo dall’annuncio dell’amore
del Padre manifestato nella persona e nelle opere di Gesù di Nazareth, per
giungere ai suoi principali contesti di trasmissione nella Chiesa, cioè la
famiglia e la comunità. Il capitolo III si sofferma sulle sfide del cambiamento
d’epoca, la cui cifra è un’inedita difficoltà nel proseguire le tradizionali
forme di trasmissione della fede, a cui risponde il capitolo IV additando il
cuore pulsante di tale opera, ossia l’annuncio del kerygma. Il capitolo V
espone diverse riflessioni pratiche sulla trasmissione della fede nella vita
delle comunità nei suoi vari aspetti, mentre i capitoli VI e VII,
rispettivamente, approfondiscono il rapporto tra fede e cultura e indicano
alcune attenzioni pastorali specifiche. Il capitolo VIII, infine, raccoglie
alcune testimonianze concrete che mostrano la trasmissione della fede nel
contesto della vita quotidiana delle persone.
[4] Cf. Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past.
Gaudium et spes (7 dicembre 1965), n. 22: AAS 58 (1966), 1043.
[5] Francesco, Esort. ap.
Christus vivit (25 marzo 2019), n. 1: AAS 111 (2019),
391.
[6] Benedetto XVI, Lett. enc.
Deus caritas est (25 dicembre 2005), n. 1: AAS 98
(2006), 217.
[7] Francesco, Esort. ap.
Evangelii gaudium (24 novembre 2013), n. 1: AAS 105
(2013), 1019.
[8] Francesco, Lett.
enc.
Lumen fidei (29 giugno 2013), n. 1: AAS 105
(2013), 555-556.
[9] Francesco, Lett.
enc.
Lumen fidei (29 giugno 2013), n. 37: AAS 105
(2013), 580.
[10] Francesco,
Lett. enc.
Lumen fidei (29 giugno 2013), n. 38: AAS
105 (2013), 580.
[11] Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm.
Dei verbum (18 novembre 1965), n. 8: AAS 58 (1966),
821.
[12] Cf. XIII Assemblea Ordinaria del Sinodo dei Vescovi,
Instrumentum laboris (2012), n. 105.
[13] Francesco,
Lett. enc.
Lumen fidei (29 giugno 2013), n. 38: AAS
105 (2013), 581.
[14] Benedetto XVI,
Omelia per la Santa Messa di inaugurazione della V Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano e dei Caraibi (13 maggio 2007):
Insegnamenti III, 1 (2007), 848-849.
[15] Leone XIV,
Discorso per il Concistoro Straordinario (7 gennaio 2026):
L’Osservatore Romano, 8 gennaio 2026, 2.
[16] Leone XIV,
Omelia in occasione del Giubileo delle famiglie, dei nonni e degli
anziani (1° giugno 2025): L’Osservatore Romano, 2 giugno
2025, 2.
[17] Leone XIV,
Omelia nella festa del Battesimo del Signore (11 gennaio 2026):
L’Osservatore Romano, 12 gennaio 2026, 4.
[18] Francesco,
Lett. enc.
Lumen fidei (29 giugno 2013), n. 43: AAS
105 (2013), 584.
[19] Francesco,
Lett. enc.
Lumen fidei (29 giugno 2013), n. 53: AAS
105 (2013), 591.
[20] Testimonianza
del p. Duval disponibile al sito
http://pierre.aime.duval.free.fr/priere.htm (originale francese,
traduzione a cura del Dicastero).
[21] Francesco,
Omelia per la Festa del Battesimo del Signore e la celebrazione del
Battesimo di alcuni bambini (7 gennaio 2018): L’Osservatore
Romano, 8-9 gennaio 2018, 8.
[22] Leone XIV,
Omelia in occasione del Giubileo dei Catechisti (28 settembre
2025): L’Osservatore Romano, 29 settembre 2025, 2.
[23] Cf. Francesco,
Esort. ap.
Evangelii gaudium (24 novembre 2013), n. 70:
AAS 105 (2013), 1049-1050.
[24] Francesco,
Lett. enc.
Lumen fidei (29 giugno 2013), n. 18: AAS
105 (2013), 565.
[25] Francesco,
Esort. ap.
Evangelii gaudium (24 novembre 2013), n. 14:
AAS 105 (2013), 1025, che cita Benedetto XVI,
Omelia nella
Santa Messa di conclusione della XIII Assemblea Generale Ordinaria
del Sinodo dei Vescovi” (28 ottobre 2012), AAS 104
(2012), 890. Corsivo in originale.
[26] Francesco,
Discorso alla Curia Romana per gli auguri di Natale (21 dicembre
2019): AAS 112 (2020), 43. Per la precisione, l’espressione
“cambiamento d’epoca” non apparve per la prima volta in tale
discorso, ma fu introdotta da
Papa Francesco in occasione della sua
intervista del 29 giugno 2014 per il quotidiano italiano Il
Messaggero.
[27] Consiglio Episcopale Latinoamericano e dei Caraibi,
Documento conclusivo della V Conferenza dell’Episcopato
Latinoamericano e dei Caraibi (13-31 maggio 2007), n. 44.
[28] Cf. Francesco,
Lett. enc.
Fratelli tutti (3 ottobre 2020), n. 30: AAS
112 (2020), 979-980.
[29] Leone XIV,
Lett. enc.
Magnifica humanitas (15 maggio 2026), n. 6.
[30] Leone XIV,
Discorso ai Superiori maggiori della Compagnia di Gesù (24
ottobre 2025): L’Osservatore Romano, 24 ottobre 2025, 5.
[31] Leone XIV,
Lett. enc.
Magnifica humanitas (15 maggio 2026), n. 26.
[32] Francesco,
Esort. ap.
Evangelii gaudium (24 novembre 2013), n. 70:
AAS 105 (2013), 1049.
[33] Conferenza dei Vescovi Cattolici della Federazione Russa,
Relazione sulla trasmissione della fede nel territorio della
Conferenza episcopale, 30 marzo 2026, in Archivio del Dicastero
per la Dottrina della Fede.
[34] Cf. Conferenza Episcopale dell’Albania,
Relazione e testimonianze relative alla trasmissione della fede
nel territorio della Conferenza episcopale, 19 marzo 2026, in
Archivio del Dicastero per la Dottrina della Fede.
[35] Chiesa Metropolitana Greco-cattolica Ungherese,
Relazione e testimonianze relative alla trasmissione della fede
nel territorio della Chiesa sui iuris, 7 aprile 2026, in
Archivio del Dicastero per la Dottrina della Fede.
[36] Conferenza Episcopale del Cile,
Relazione e testimonianze relative alla trasmissione della fede
nel territorio della Conferenza episcopale, 11 aprile 2026, in
Archivio del Dicastero per la Dottrina della Fede.
[37] Cf. Conferenza Episcopale delle Antille,
Lett. past. Un mandato per il Regno: missione ed evangelizzazione
nei Caraibi, 9 gennaio 2018, n. 30.
[38] Conferenza Episcopale Panamense,
Relazione e testimonianze relative alla trasmissione della fede
nel territorio della Conferenza episcopale, 14 aprile 2026, in
Archivio del Dicastero per la Dottrina della Fede.
[39] Cf. Conferenza Episcopale della Colombia,
Relazione e testimonianze relative alla trasmissione della fede
nel territorio della Conferenza episcopale, 16 aprile 2026, in
Archivio del Dicastero per la Dottrina della Fede.
[40] Cf. Conferenza Episcopale Peruviana,
Relazione e testimonianze relative alla trasmissione della fede
nel territorio della Conferenza episcopale, 30 marzo 2026, in
Archivio del Dicastero per la Dottrina della Fede.
[41] Cf. Conferenza dei Vescovi Cattolici della Corea,
Relazione sulla trasmissione della fede nel territorio della
Conferenza episcopale, 31 marzo 2026, in Archivio del Dicastero
per la Dottrina della Fede.
[42] Cf. Conferenza dei Vescovi Cattolici di Malesia, Singapore e Brunei,
Relazione e testimonianze relative alla trasmissione della fede
nel territorio della Conferenza episcopale, 3 aprile 2026, in
Archivio del Dicastero per la Dottrina della Fede.
[43] Cf. Conferenza dei Vescovi Cattolici del Bangladesh,
Relazione sulla trasmissione della fede nel territorio della
Conferenza episcopale, 15 maggio 2026, in Archivio del Dicastero
per la Dottrina della Fede.
[44] Cf. Conferenza dei Vescovi Cattolici del Giappone,
Relazione e testimonianze relative alla trasmissione della fede
nel territorio della Conferenza episcopale, 20 aprile 2026, in
Archivio del Dicastero per la Dottrina della Fede.
[45] Cf. Conferenza dei Vescovi Cattolici dell’Asia Centrale,
Relazione e testimonianze relative alla trasmissione della fede
nel territorio della Conferenza episcopale, 3 aprile 2026, in
Archivio del Dicastero per la Dottrina della Fede.
[46] Conferenza dei Vescovi Cattolici dell’Africa del Sud,
Relazione e testimonianze relative alla trasmissione della fede
nel territorio della Conferenza episcopale, 4 maggio 2026, in
Archivio del Dicastero per la Dottrina della Fede.
[47] Cf. Conferenza dei Vescovi Cattolici dello Zambia,
Relazione e testimonianze relative alla trasmissione della fede
nel territorio della Conferenza episcopale, 10 aprile 2026, in
Archivio del Dicastero per la Dottrina della Fede.
[48] Francesco,
Esort. ap.
Evangelii gaudium (24 novembre 2013), n. 73:
AAS 105 (2013), 1050-1051.
[49] Conferenza dei Vescovi Cattolici degli Stati Uniti,
Relazione e testimonianze relative alla trasmissione della fede
nel territorio della Conferenza episcopale, 30 marzo 2026, in
Archivio del Dicastero per la Dottrina della Fede.
[50] Conferenza Episcopale della Romania,
Relazione sulla trasmissione della fede nel territorio della
Conferenza episcopale, 14 aprile 2026, in Archivio del Dicastero
per la Dottrina della Fede.
[51] Francesco,
Lett. enc.
Fratelli tutti (3 ottobre 2020), n. 105: AAS
112 (2020), 1005.
[52] Francesco,
Esort. ap.
Evangelii gaudium (24 novembre 2013), n. 64:
AAS 105 (2013), 1047.
[53] Conferenza Episcopale Spagnola,
Relazione e testimonianze relative alla trasmissione della fede
nel territorio della Conferenza episcopale, 14 aprile 2026, in
Archivio del Dicastero per la Dottrina della Fede.
[54] Conferenza Nazionale dei Vescovi del Brasile,
Relazione sulla trasmissione della fede nel territorio della
Conferenza episcopale, 31 marzo 2026, in Archivio del Dicastero
per la Dottrina della Fede.
[55] Conferenza Episcopale Austriaca,
Relazione e testimonianze relative alla trasmissione della fede
nel territorio della Conferenza episcopale, 31 marzo 2026, in
Archivio del Dicastero per la Dottrina della Fede.
[56] Leone XIV,
Lett. enc.
Magnifica humanitas (15 maggio 2026), n. 4.
[57] Leone XIV,
Lett. enc.
Magnifica humanitas (15 maggio 2026), n. 139.
[58] XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi,
Relazione di Sintesi della prima Sessione (28 ottobre 2023),
n. 17 a). Cf. Leone XIV,
Discorso ai partecipanti alla
Conferenza “Artificial Intelligence and Care of Our Common Home”
(5 dicembre 2025): L’Osservatore Romano, 5 dicembre 2025, 2.
[59] Leone XIV,
Messaggio per la LX Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali
(24 gennaio 2026): L’Osservatore Romano, 24 gennaio 2026,
2.
[60] Leone XIV,
Lett. enc.
Magnifica humanitas (15 maggio 2026), n. 132.
[61] Conferenza Episcopale del Belgio,
Relazione e testimonianze relative alla trasmissione della fede
nel territorio della Conferenza episcopale, 3 aprile 2026, in
Archivio del Dicastero per la Dottrina della Fede.
[62] Conferenza Episcopale del Cile,
Relazione e testimonianze relative alla trasmissione della fede
nel territorio della Conferenza episcopale, 11 aprile 2026, in
Archivio del Dicastero per la Dottrina della Fede.
[63] Per i dettagli
della ricerca, si può consultare l’indirizzo
https://eglise.catholique.fr/approfondir-sa-foi/la-celebration-de-la-foi/les-sacrements/le-bapteme/baptemes-adultes/.
[64] Cf. Patriarcato Maronita di Antiochia,
Relazione e testimonianze relative alla trasmissione della fede
nel territorio del Patriarcato, 1 aprile 2026, in Archivio del
Dicastero per la Dottrina della Fede.
[65] Conferenza dei Vescovi Cattolici della Nigeria,
Relazione sulla trasmissione della fede nel territorio della
Conferenza episcopale, 6 maggio 2026, in Archivio del Dicastero
per la Dottrina della Fede.
[66] Conferenza Episcopale della Tanzania,
Relazione sulla trasmissione della fede nel territorio della
Conferenza episcopale, 26 marzo 2026, in Archivio del Dicastero
per la Dottrina della Fede.
[67] Cf. Conferenza Episcopale della Costa d’Avorio,
Relazione sulla trasmissione della fede nel territorio della
Conferenza episcopale, 15 aprile 2026, in Archivio del Dicastero
per la Dottrina della Fede.
[68] Cf. Conferenza Episcopale Nazionale del Congo,
Relazione sulla trasmissione della fede nel territorio della
Conferenza episcopale, 30 marzo 2026, in Archivio del Dicastero
per la Dottrina della Fede.
[69] Leone XIV,
Lett. enc.
Magnifica humanitas (15 maggio 2026), n. 223.
[70] Leone XIV,
Lettera ai Cardinali (14 aprile 2026): L’Osservatore Romano,
14 aprile 2026, 7. Cf. Id.,
Discorso in occasione del Giubileo
dei missionari digitali e degli influencer (29 luglio 2025):
L’Osservatore Romano, 29 luglio 2025, 2.
[71] Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm.
Dei verbum (18 novembre 1965), n. 2 AAS 58 (1966),
818.
[72] Cf. Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm.
Dei verbum (18 novembre 1965), n. 5 AAS 58 (1966),
819.
[73] Cf. Commissione Teologica Internazionale,
L’interpretazione dei dogmi (1990), 2.1.1.
[74] Francesco,
Esort. ap.
Evangelii gaudium (24 novembre 2013), n. 164:
AAS 105 (2013), 1088-1089.
[75] Pontificio Consiglio per la Promozione della nuova evangelizzazione,
Direttorio per la catechesi (2020), n. 57.
[76] Cf. Pontificio Consiglio per la Promozione della nuova evangelizzazione,
Direttorio per la catechesi (2020), nn. 56-57.
[77] Leone XIV,
Lett. enc.
Magnifica humanitas (15 maggio 2026), n. 22.
[78] Cf.
https://www.evangelizatio.va/content/pcpne/it/attivita/catechesi.html.
[79] Francesco,
Lett. enc.
Dilexit nos (24 ottobre 2024), n. 26: AAS 116 (2024), 1377.
[80] Benedetto XVI,
Lett. enc.
Deus caritas est (25 dicembre 2005), n. 31: AAS
98 (2006), 245.
[81] Agostino,
Confessionum libri tredecim, XII, 16, 23: PL 32, 834.
[82] Francesco,
Esort. ap.
Christus vivit (25 marzo 2019), n. 211: AAS
111 (2019), 450.
[83] A. Hurtado, «Ustedes
son la luz del mundo», discorso a El Cerro San Cristóbal, Cile
(1940), come citato in Francesco, Esort. ap.
Christus vivit
(25 marzo 2019), n. 175: AAS 111 (2019), 440.
[84] Cf. Francesco,
Esort. ap.
Evangelii gaudium (24 novembre 2013), n. 70:
AAS 105 (2013), 1050.
[85] Francesco,
Esort. ap.
Evangelii gaudium (24 novembre 2013), n. 165:
AAS 105 (2013), 1089.
[86] Conc. Ecum. Vat. II, Decr.
Unitatis redintegratio (21 novembre 1964), n. 11: AAS
57 (1965), 99.
[87] Cf. Francesco,
Esort. ap.
Evangelii gaudium (24 novembre 2013), nn. 36-37:
AAS 105 (2013), 1035.
[88] Francesco,
Esort. ap.
Evangelii gaudium (24 novembre 2013), n. 165:
AAS 105 (2013), 1089.
[89] Cf. Francesco,
Esort. ap.
Evangelii gaudium (24 novembre 2013), nn. 127-129:
AAS 105 (2013), 1073.
[90] Francesco,
Lett. ap.
Aperuit illis (30 settembre 2019), n. 8: AAS
111 (2019), 1500.
[91] Cf. Aelredo di Rievaulx,
De spiritali amicitia: CCCM, 1, 279-350.
[92] Francesco, Esort. ap.
Christus vivit (25 marzo 2019), n. 151: AAS 111
(2019), 432.
[93] Cf. Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past.
Gaudium et spes (7 dicembre 1965), n. 52: AAS 58
(1966), 1073.
[94] Francesco, Esort. ap.
Evangelii gaudium (24 novembre 2013), n. 24: AAS 105
(2013), 1030.
[95] Francesco, Esort. ap.
Evangelii gaudium (24 novembre 2013), n. 45: AAS 105
(2013), 1039.
[96] Cf. Prospero d’Aquitania,
Indiculus, c. 8: PL 51, 209.
[97] Agostino d’Ippona,
Confessionum libri tredecim, IX, 6, 14: PL 32,
769-770.
[98] R. Guardini,
Spiegel und Gleichnis. Bilder und Gedanken,
Mainz-Paderborn 1990, 158-161.
[99] Francesco, Esort. ap.
Gaudete et exsultate (19 marzo 2018), n. 9: AAS 110
(2018), 1113.
[100] Cf. Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm.
Lumen gentium (21 novembre 1964), n. 11: AAS 57 (1965), 15-16.
[101] Francesco,
Esort. ap.
Gaudete et exsultate (19 marzo 2018), n. 14:
AAS 110 (2018), 1115.
[102] Terenzio,
Heautontimorumenos, I, 1, 25.
[103] Leone XIV,
Lett. enc.
Magnifica humanitas (15 maggio 2026), n. 122.
[104] Leone XIV, Esort. ap.
Dilexi te (4 ottobre 2025), n. 3: AAS 117 (2025),
1240.
[105] Leone XIV, Esort. ap.
Dilexi te (4 ottobre 2025), n. 104: AAS 117 (2025),
1280-1281.
[106] H.U. von Balthasar,
Gloria. Una estetica teologica. La percezione della forma,
Vol. 1, Milano 1971, 163. A ciò si può aggiungere: «Se al verum
manca quello splendor che per Tommaso costituisce il
contrassegno del bello, allora la conoscenza della verità rimane sia
prammatica che formalistica. […] E se al bonum manca quella
voluptas che per Agostino è il segno della sua bellezza,
allora il rapporto al bene rimane utilitaristico ed edonistico» (ibid.).
[107]
Cf. Francesco, Esort. ap.
Evangelii gaudium (24 novembre
2013), n. 167: AAS 105 (2013), 1090.
[108] Leone XIV,
Discorso di saluto ai partecipanti al “Concerto con i poveri”
(6 dicembre 2025): L’Osservatore Romano, 9 dicembre 2025, 4.
[109] Giovanni Paolo II,
Discorso ai partecipanti al Congresso Nazionale del Movimento
Ecclesiale di Impegno Culturale (16 gennaio 1982), n. 2:
Insegnamenti V, 1 (1982), 131, che cita
Paolo VI, Esort. ap.
Evangelii nuntiandi (8 dicembre 1975), n. 20: AAS 68
(1976), 18. Cf. Pontificio Consiglio della Cultura, Per una
pastorale della cultura (23 maggio 1999).
[110] Giovanni Paolo II,
Lett. enc.
Slavorum apostoli (2 giugno 1985), n. 21: AAS
77 (1985), 802.
[111] Giovanni Paolo II,
Lett. enc.
Redemptoris missio (7 dicembre 1990), n. 52:
AAS 83 (1991), 300.
[112] Francesco,
Esort. ap.
Evangelii gaudium (24 novembre 2013), n. 122:
AAS 105 (2013), 1071.
[113] Francesco,
Esort. ap.
Evangelii gaudium (24 novembre 2013), n. 127:
AAS 105 (2013), 1073.
[114] Francesco,
Esort. ap.
Evangelii gaudium (24 novembre 2013), n. 132:
AAS 105 (2013), 1075.
[115] Cf. Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past.
Gaudium et spes (7 dicembre 1965), cap. I: AAS 58
(1966), 1034-1044.
[116] Leone XIV,
Lett. enc.
Magnifica humanitas (15 maggio 2026), n. 3.
[117] Francesco,
Esort. ap.
Evangelii gaudium (24 novembre 2013), n. 123:
AAS 105 (2013), 1071.
[118] Francesco,
Esort. ap.
Evangelii gaudium (24 novembre 2013), n. 126:
AAS 105 (2013), 1073.
[119]
Si tratta di un fenomeno che da alcuni anni vede un sempre maggiore
coinvolgimento di giovani nelle confraternite religiose o in gruppi
giovanili legati al mondo cattolico. Oltre alla partecipazione alla
vita delle confraternite stesse che culmina, a livello pubblico,
nelle tradizionali processioni in occasione delle principali
solennità, si segnalano anche raduni nazionali che vedono una
presenza sempre maggiore di partecipanti, come segnalato già nel
2016 dal periodico digitale dell’Arcidiocesi di Madrid: cf.
https://alfayomega.es/las-cofradias-se-han-convertido-en-puerta-de-entrada-a-la-iglesia-para-muchos-jovenes/.
[120]
Cf. Francesco, Esort. ap.
Evangelii gaudium (24 novembre
2013), nn. 135-144: AAS 105 (2013), 1076-1080.
[121] Conferenza dei Vescovi del Ghana,
Relazione sulla trasmissione della fede nel territorio della
Conferenza episcopale, 27 aprile 2026, in Archivio del Dicastero
per la Dottrina della Fede.
[122]
Cf. Conferenza Episcopale Venezuelana, Relazione e testimonianze
relative alla trasmissione della fede nel territorio della
Conferenza episcopale, 2 aprile 2026, in Archivio del Dicastero
per la Dottrina della Fede.
[123] Conferenza dei Vescovi di Francia,
Relazione e testimonianze relative alla trasmissione della fede
nel territorio della Conferenza episcopale, 5 giugno 2026, in
Archivio del Dicastero per la Dottrina della Fede.
[124] Leone XIV,
Lett. enc.
Magnifica humanitas (15 maggio 2026), n. 143.
[125] Conc. Ecum. Vat. II,
Decr.
Unitatis redintegratio (21 novembre 1964), n.1: AAS
57 (1965), 90. Cf. Id., Decr.
Ad gentes (7 dicembre 1965), n.
6: AAS 58 (1966), 954-955.
[126] Giovanni Paolo II,
Lett. enc.
Redemptoris missio (7 dicembre 1990), n. 50:
AAS 83 (1991), 297.
[127] Francesco,
Esort. ap.
Evangelii gaudium (24 novembre 2013), n. 246:
AAS 105 (2013), 1119.
[128]
Ibid.
[129]
I resoconti che seguono sono sintesi redatte con estratti
provenienti dai testi originali delle testimonianze. Per semplicità
di lettura, non si segnalano gli omissis. Le eventuali
integrazioni riassuntive sono riportate tra parentesi quadre.
[130] Francesco,
Lett. ap. in forma di “Motu proprio”
Fidem servare (11
febbraio 2022), n. 2: AAS 114 (2022), 288.
[131] Conc. Ecum. Vat. II, Decr.
Unitatis redintegratio (21 novembre 1964), n. 11: AAS
57 (1965), 99.
[132] Francesco, Esort. Ap.
Evangelii gaudium (24 novembre 2013), n. 285: AAS 105
(2013), 1135. Cf. Dicastero per la Dottrina della Fede, Nota dottr.
Mater
populi fidelis (4 novembre 2025), n. 77. |